[ Nel paese delle creature selvagge ]

La storia – Fuggito di casa dopo essere stato punito dalla madre, il piccolo e vivace Max approda su un’isola abitata da curiose creature che, dopo un’iniziale diffidenza, lo accolgono incoronandolo loro Re.

Il percorso metaforico tracciato da Spike Jonze nel filmare l’irruzione – e la ricerca – della dimensione favolistica nell’esistenza di un bambino reca l’impronta visionaria della poetica del co-sceneggiatore Dave Eggers. Pur nel suo slancio tragicamente bizzarro e individualista, l’ossessione di Eggers riguarda il bisogno di testimoniare con la propria opera un movimento che parte da sé stessi (mediante un processo di scavo interiore capace di rivoltare i fantasmi della crescita) per arrivare agli altri, intesi come strumento di espressione e scambio. Il viaggio in barca a vela di Max, nell’oscurità notturna e tra i flutti in tempesta, diventa il segno concreto di questo cammino di tentato cambiamento, portando alla luce non solo un’allegoria del vissuto infantile, ma anche il rifiuto della sensazione di umiliazione e distacco scaturita dai primi impatti con la lontananza del mondo adulto (la sorella, catturata dal gruppo di amici, e la madre, presa tra le difficoltà lavorative e il desiderio di riavviare la vita sentimentale). L’incontro con il proprio Io apre inevitabilmente al confronto con una volontà distruttiva: così il tunnel di ghiaccio creato dal protagonista come nascondiglio si sgretola sotto il peso di un ragazzo durante la battaglia a palle di neve e, allo stesso modo (dopo la proiezione di memorie e paure nell’universo fantastico), le creature selvagge schiacciano le loro capanne di legno mentre intorno si accendono roghi di alberi, nel deserto circostante la roccia si è trasformata in sabbia e rischia di divenire polvere. Tuttavia, il progressivo avvicinamento alla sfera collettiva che comprende l’altro implica la presa di coscienza e l’accettazione della diversità, anche se camuffata (il bambino travestito da lupo). Nel film di Jonze – e nello scrittore bostoniano – un’esperienza sofferta può essere il simbolo di una personale unicità che obbliga ad affrontare le frustrazioni (il peso del quotidiano che soffoca l’immaginazione) per potersene svincolare. Sull’isola Max viene accolto all’interno di una comunità nella quale può essere risarcita la volontà di riconoscimento e inclusione. È il gruppo, non più l’isolamento, la nuova condizione (le creature dormono ammucchiate, preferendo la vicinanza e il sostegno reciproco), la responsabilità del ruolo di guida e non la trasparenza. In maniera simile il regno, sorta di alveare gigante, viene edificato grazie alla cooperazione, e alla dispersione di una famiglia senza padre si sostituisce l’unione dell’insieme. Si compie dunque il tragitto che dall’introspezione ha condotto all’apertura, dall’individuale al collettivo e dalla demolizione alla costruzione – il gesto del divorare l’ospite rappresenta prima una minaccia, in seguito l’offerta di un rifugio da parte di KW (che sottrae Max all’ira di Carol nascondendolo nella pancia) e infine un’ultima dichiarazione d’amore («Ti mangerei per quanto ti amo»). Ma in definitiva queste polarità tendono a compenetrarsi e, a volte, ad annullarsi a vicenda. L’arrivo del bambino, infatti, porta disgregazione. Con lui emergono conflitti, incubi, gelosie e vecchi rancori, causando il fallimento della protezione (dagli istinti primitivi come dall’infrangersi dei propri sogni) oltre che l’impossibilità di vedere il simile nell’estraneo. Nel cinema di Spike Jonze il riferimento alla diversità coinvolge la riflessione sull’identità, sempre schizofrenica o ibrida, al limite di una totale immedesimazione (Essere John Malkovich) e in bilico tra la disillusione della realtà e le potenzialità inventive della finzione (Il ladro di orchidee – Adaptation), lasciando spazio a un discorso più complesso che implica l’appartenenza a uno stato di sospensione: gli animali di Nel paese delle creature selvagge sono figure antropomorfe e la fuga nel loro mondo evidenzia il conflitto tra civiltà e natura inesplorata, fra la gabbia del controllo delle creazioni mentali e l’impeto di libertà.

Ivan Moliterni

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