[ Baciami ancora ]
La storia – A distanza di nove anni, tornano Carlo, Marco, Paolo, Adriano e Alberto. Quarantenni disperati, alla ricerca della (in)felicità, in bilico tra il desiderio di autocommiserarsi (per espiare) e quella di tornare ad amare ed amarsi.
Uomini sull’orlo di una crisi di nervi. Uomini stressati, soffocati dai colletti e dai nodi delle loro cravatte, uomini impotenti (di fronte alla vita e alla donna che amano), uomini insicuri, uomini inseguiti dai ricordi dei tempi che furono, uomini che dai loro errori vogliono imparare ed espiare le proprie colpe. Più che la storia di tutte le storie d’amore, il ritratto che Muccino offre in Baciami ancora è quello di un iperbolico sentimento di paura verso le responsabilità e la solitudine alle soglie degli -anta, aspetti a cui tre dei protagonisti sono costretti a cedervi. Chi legge nel suo climax narrativo un viaggio dell’eroe, pronto a rimettersi in gioco, non vuole vedere la realtà dei fatti: il finale è dolceamaro, arrendevole. I protagonisti di Baciami ancora sembrano piuttosto deporre l’ascia di guerra, appoggiarsi alla sicurezza del nido familiare in cui non traspare tanto la volontà di ricominciare, quanto la paura di dover rimanere soli in una società di quantità, di famiglie allargate, di aggregazioni.
Di ritorno dalle sue lezioni americane – in cui traboccava la necessità di cogliere il profondo senso della vita – Gabriele Muccino sembra compiere un passo indietro, tornando a raccontare l’Italia del nulla, quella borghesotta e ipocrita che anzichè ricercare la felicità, sembra farsela sfuggire tra le mani. Arrendendosi inesorabilmente alle etichette valoriali che ci caratterizzano nel momento stesso in cui veniamo al mondo.
Questo è un commento “a caldo”.
Fabrizia Malgieri
