[ Anno Uno ]

La storia – Due primitivi viaggiano attraverso vari periodi e scenari del mondo antico.

Cinema comico e cavernicoli hanno flirtato in più di un’occasione, ma mai con esiti particolarmente felici. Ricorderemo soltanto la fantasia surreal-giurassica con Ringo Starr Il cavernicolo e, qui in Italia, la dependance sexy-primitiva del miniciclo Quando le donne avevano la coda, quest’ultimo di grande successo negli anni Settanta presso le nostre platee.
Ora, buon ultimo, arriva questo Anno Uno che, dietro i mutandoni di pelle, celebra l’incontro tra un decano della commedia demenziale e scorretta hollywoodiana di ieri e il maestro indiscusso della neocomedy trucida e sentimentale di oggi, Harold Ramis e Judd Apatow, rispettivamente regista e produttore. Se poi aggiungiamo che gli sceneggiatori sono due dei migliori writers della serie di culto NBC The Office (remake americano dell’originale inglese di BBC) e che nel cast, subito dietro la garanzia offerta dal faccione surreale di Jack Black, fanno capolino alcuni dei migliori nomi della scena comica statunitense di oggi allora risulta davvero incomprensibile come ne sia uscito un simile pasticcio.
Con la stessa disinvoltura con la quale nella trama lo sfondo parapreistorico cede il posto a un’ambientazione biblica che passa in rassegna alcuni episodi del Vecchio Testamento tutti sincronizzati (Caino e Abele, Abramo e Isacco e, naturalmente, Sodoma e Gomorra, altrimenti non saremmo in un film di Apatow…), così Anno Uno si trascina attraverso una galleria di scenette e siparietti dove a dettare legge sono doppi sensi puerili (e il doppiaggio italiano al solito dà il suo peggio: menzione d’onore per il «topa toporum» di Jack Black…), deiezioni, secrezioni e odori di vario tipo ma quasi sempre sotto la cintola, una grosseur tutta americana nell’affrontare la parodia storica. Insomma, forse si puntava a rinverdire i fasti di un piccolo culto come Brian di Nazareth dei Monty Python, però si finisce più dalle parti di una scopiazzatura peggiorativa del già non esaltante La pazza storia del mondo di Mel Brooks. E così la lettera d’amore che probabilmente Apatow aveva in mente di scrivere al suo maesto Harold Ramis, rilanciandolo alla regia dopo un lustro ben poco esaltante, si trasforma in un cahier de doléances che mostra l’incompatibilità dei due mondi della commedia a stelle e strisce, separati non solo da un decennio, ma anche da un cambiamento di gusti e di stile. O, perlomeno, Apatow poteva ricordarsi che Ramis non è più e non è soltanto quello di Polpette e Palla da golf e forse neppure più quello di Ghostbusters – Acchiappafantasmi, ma nel frattempo si è spostato verso una commedia anche sottile (Ricomincio da capo, Mi sdoppio in 4), di sicuro meno teen-oriented (il dittico Terapia e pallottole). Curiosamente quest’operazione di ringiovanimento posticcio del maestro cade proprio in contemporanea con la dichiarata raggiunta maturità del discepolo, visto che Apatow è uscito contemporaneamente a Ramis negli Stati Uniti con il suo Funny People, tentativo non completamente riuscito di far crescere i propri personaggi verso l’età adulta (e, in autunno, ha pure ricevuto attenzioni e riconoscimenti dalla critica ufficiale, ultima in ordine di tempo la copertina dei Cahiers du cinéma).

Rocco Moccagatta

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