[ Videocracy – Basta apparire ]

La storia – Come le televisioni commerciali hanno lobotomizzato il cervello degli italiani, imbarbarendo il costume e dando origine al cosiddetto “berlusconismo”.

Alla fine la montagna ha partorito un topolino. Dopo le polemiche a scatola chiusa, gli spot negati dalle televisioni, i fiumi di parole sul nuovo pamphlet che doveva svelare l’anima vera (e nera) dell’Italia berlusconiana, Videocracy – Basta apparire sembra, alla visione, un’operina flebile, esile, scontata, didascalica e profondamente, impietosamente fallimentare. L’idea è quella di costruire un documentario che dimostri che la rivoluzione berlusconiana è passata nella testa della gente (dispregiativo) grazie al trentennale martellamento delle televisioni commerciali che sono riuscite a cambiare il modo di ragionare degli italiani. Già la tesi di fondo non è particolarmente innovativa, ma il risultato e le argomentazioni si fermano a una superficialità deprimente. Erik Gandini, italiano trapiantato in Svezia, cerca un metodo à la Michael Moore per indagare i lati più bui del sottobosco televisivo senza avere neanche la vena caustica del collega americano. A salvarsi la coscienza traccia in apertura di film il ritratto di un giovane operaio lombardo, Riccardo, oppresso dal lavoro in fabbrica e dedito alla conquista del proprio sogno: apparire in televisione. Il patetismo bozzettistico con cui il personaggio si racconta viene poi confrontato con chi davvero ce l’ha fatta e con il (presunto) disvelamento della mostruosità di chi i fili del mondo italico dello showbiz li muove davvero. E via con lo sdegno per le suonerie fasciste del cellulare di Lele Mora inquadrato con un sorriso da rigor mortis, via alla crudeltà del paparazzo-imprenditore Fabrizio Corona, a cui regala però un full frontal di rara e compiaciuta inutilità, via ai culi e alle tette delle trasmissioni Fininvest con immancabile appendice (liquidata in trenta secondi) dedicata al ministro Mara Carfagna. Il montaggio di immagini è piatto e consequenziale, senza traccia di un’analisi, di un abbozzato ragionamento, di una vaga profondità di campo. Gandini non ha né voglia né bisogno di capire o di osservare di più. Lui, assertivo e intelligente, nella trappola berlusconiana non sarebbe mai caduto e coerentemente il film dialoga solo ed esclusivamente (e non senza arroganza) con chi la pensa come lui. Il difetto più grave di Videocracy è l’inconsapevole connivenza con l’avversario che pensa di combattere. Nel documentario di Gandini nulla esiste realmente fuori da ciò che si muove dietro e nello schermo. La videocrazia sembra criticabile più per i (dis)valori che trasmette che per la sua essenza antidemocratica. La vaghezza intellettuale dell’operazione sembra del resto uscita da un programma televisivo venuto male e la forma di denuncia non si discosta da quella di Le iene in versione bromuro (la voce narrante è seriosa quanto narcotica). Se si vuole cercare un perché della nostra deriva culturale conviene cercare altrove. Senza arrivare a Pasolini, basterebbe l’urticante e superficiale Le ragioni dell’aragosta a dire qualcosa di più sulle modalità di ricerca del consenso e sulla costruzione di un impero economico basato sullo spericolato uso dei media. L’unico obiettivo raggiunto da Videocracy è invece stato quello di trovare una triste ospitata all’ingenuo Riccardo, accolto a braccia aperte nel salotto populista di Michele Santoro. Rotelle diverse dello stesso ingranaggio.

Federico Pedroni

Lascia un Commento

Recensione di Videocracy – Basta apparire « duellanti – mensile di cinema e…