[ Up ]
La storia – Per tutta la vita Carl Fredricksen desidera l’avventura nella giungla. A 78 anni, con centinaia di palloncini e un volenteroso bambino, riuscirà a realizzare il proprio sogno.
È più difficile mostrare l’infanzia o la vecchiaia? Raccontare l’amore che muore o la morte dell’amore? Rinunciare ai propri sogni infantili o trasformarli in desideri senili? L’intenso riassunto dell’esistenza di Carl Fredricksen con cui si apre Up ha la grazia e la crudeltà della vita: con la moglie immagina meravigliose avventure prima accantonate per banali contrattempi e poi annullate dalla malattia e dalla morte. Come i suoi coetanei animati da Winsor McCay in The Flying House Carl vola via insieme alla casa e lo fa usando i palloncini, gli stessi che per anni ha venduto a bambini allegri e tristi, educati e cafoni, petulanti e divertenti. Proprio con uno di questi diventerà l’esploratore che non è mai stato. Up non ha per protagonisti un bambino e un vecchio perché nonni e nipoti devono andare al cinema insieme, altrimenti non li accompagna nessuno. Piuttosto accade che i “film per ragazzini” debbano affrontare temi di scarso fascino per gli adulti (infanzia, vecchiaia, morte). Forse è vero che il mondo contemporaneo non sa cosa farsene dei bambini e degli anziani. I primi consumano ma rompono, i secondi rompono e in più non consumano. Entrambi, nel loro essere improduttivi e inopportuni, possiedono una via di fuga verso il fantastico, dimensione nella quale vengono collocati da artisti ispirati come Docter o Miyazaki. Con Up è sempre più evidente che il segreto della Pixar non risiede nell’abilità tecnica (che si può sempre raggiungere o perfezionare), ma nella forza drammatica e nella capacità di essere popolari senza abdicare all’originalità narrativa: prima una buona storia, non cinica ma nemmeno mielosa, non scontata ma neanche eccentrica, semplice ma non trasandata; poi la tecnica, il 3D più o meno real, i dettagli, le citazioni sempre molto misurate e dunque piacevoli. La scelta grafica è coerente con quella narrativa che tende a semplificare la superficie e non la sostanza. I personaggi sono realizzati con un tratto essenziale che permette di coglierne la natura profonda (rotondo ed entusiasta il giovane Russell, spigoloso e diffidente il vecchio Carl, egoriferito ed esaltato Charles) e piccoli particolari ironici impediscono a ciascuno di prendersi troppo sul serio. Ad esempio, il vecchio acciaccato si sorregge a un treppiede fatto con le palline da tennis e il ragazzino scout ha più medaglie sul petto di un generale sovietico. Amante della grafica d’epoca (Monsters & Co.) e del design pulito e futuribile (Wall•E), Docter si è ispirato per i nuovi personaggi al lavoro di Al Hirschfeld, caricaturista e grafico capace di restituire con pochi tratti le personalità di cinema, teatro e letteratura. Togliere e semplificare – anche in funzione della tecnica tridimensionale – è la strada scelta dalla Pixar di oggi. E di sicuro non è una strada affollata.
Anna Antonini
