[ Tris di donne & abiti nuziali ]
La storia – Pensionato precoce, Franco è un giocatore incallito costretto a districarsi tra creditori e familiari che gli rimproverano una totale inaffidabilità. Ha un rapporto conflittuale con il figlio e uno idilliaco con la figlia, che presto convolerà a nozze. Il vizio lo porta a giocare a carte e a scommettere sui cavalli dando fondo alle poche risorse economiche di cui dispone, comprese quelle necessarie per l’imminente matrimonio.
A costo di pagare il prezzo più alto, Franco Campanella non tradisce la propria interiorità. È questo a distanziarlo dai tipi di quella commedia all’italiana – nonostante la corrispondenza tra Sergio Castellitto e i suoi interpreti – a cui il film è stato subito accostato. Anche il titolo potrebbe indurre in errore: il riferimento al matrimonio e alla sfera femminile, per giunta moltiplicata per tre, non può non rimandare alle pellicole che meglio hanno riflettuto sui cambiamenti di costume del dopoguerra. Nel fondamentale saggio Abiti nuziali e biglietti di banca (titolo che sarebbe più che opportuno anche per il film di Terracciano) Maurizio Grande vedeva nel matrimonio l’istituto centrale della società, il rito di passaggio verso l’età adulta e le sue dinamiche; per compiere questo passo il personaggio deve però adattarsi, cambiare fino a diventare altro da sé.
L’innovazione di Tris di donne & abiti nuziali (che ne fa qualcosa di completamente differente) consiste nell’indipendenza e nella libertà individuale del protagonista, difese a costo di essere considerato un buono a nulla. Le stesse vengono trasmesse alla giovane figlia, che deve sposarsi con un ragazzo di Bergamo (le differenze geografiche passano, ovviamente, attraverso le abitudini culinarie), e conducono a un prefinale anomalo e inedito che in qualche modo anticipa l’epilogo del padre. Anche il tono amarissimo e senza conciliazione segna un distacco dal passato, dal periodo classico della commedia all’italiana (dichiarando stretta familiarità con le frequenze delle opere più tarde di Risi e Scola), quando cioè all’astrazione dei caratteri comici e dei sistemi dai quali sono retti si sostituisce la specificazione e il particolare. La storia dei Campanella, infatti, non è la vicenda di una famiglia qualsiasi (la «società anonima» di cui parlava Grande), piuttosto quella di individui precisi e determinati, persone reali la cui vita è totalmente in balia del vizio di Franco. Così il gioco si rivela reale nucleo degli avvenimenti, trasformando tutte le azioni e gli sforzi dei personaggi nei meccanismi tragici nei quali incorre chi ne è schiavo. A Castellitto infine va riconosciuto il grande merito di aver reso credibile una figura che, al di là della propria originalità, è un miscuglio delle più disparate e lontane intuizioni. Sempre in cravatta e in bolletta, Franco è la sintesi fra l’inetto di matrice letteraria novecentesca e il guitto del teatro napoletano, il padre affettuoso e il marito cialtrone, il tipo buono e quello inaffidabile. Tutti aspetti che contribuiscono in larga misura a dare spessore a questa tragedia di un uomo ridicolo.
Marco Chiani
