[ Ricky – Una storia d’amore e libertà ]
La storia – L’operaia Katie si innamora del collega Paco: dalla loro passione nasce Ricky, dal cui corpicino cominciano a spuntare ben presto un paio di ali…
Deve piacervi l’ironia alla francese che, un po’ come la loro fantascienza, ha sempre qualcosa di freddamente e calcolatamente stantio. Qui l’ironia sta non tanto nel mixare realismo ambientale ed elementi surreali a suon di ellissi spazio-temporali (il film non parte con il concepimento o la nascita di Ricky, ma con la madre Katie che racconta la sua storia familiare all’assistente sociale: e sembra quasi che la sua sia una favola per fuggire alla realtà), quanto nel giocare con le ali e la loro simbologia. Perché è vero che, mentre ascolti Katie dire «sembra un angelo» (Ricky sta volando via…), pensi «più che altro sembra un pollo» (da qui le risate in sala). La metafora, nelle intenzioni del regista/sceneggiatore? Niente di sacro/religioso tradizionale, ma l’ironia sociale, rappresentata da quelle ali che Ozon ha voluto marroni e rachitiche e non bianche e coperte di piume come negli angioletti della pittura barocca di cui Ricky sembra la versione in carne e ossa. Peccato: forse se Ozon non avesse voluto condire il mélo con lo humour e avesse puntato sulla particolare infelicità di questa famiglia semiproletaria contemporanea…
A.M.
