[ Ricatto d’amore ]
La storia – Per sfuggire agli agenti dell’immigrazione, l’acida Margaret Tate concorda con il suo vessato assistente di spacciarsi per la sua fidanzata. Le messe in scena e le convivenze forzate la ammorbidiranno, fino a produrre esiti imprevisti.
C’è una sequenza piuttosto divertente (l’unica?) in Ricatto d’amore, insieme rivelatrice dell’intima natura del film: appena giunta in visita dai parenti di lui in Alaska, l’improbabile coppia costituita da Margaret e Andrew deve dare sostanza a una relazione che non c’è, improvvisando il racconto del proprio incontro. I due si rubano continuamente la parola, in modo da concludere l’uno il discorso dell’altra, mettendo in luce difetti e debolezze reciproci con toni esagerati e grotteschi. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma: la cara vecchia guerra dei sessi che costituisce il tema prediletto della sempiterna commedia hollywoodiana, dalla classica screwball anni Trenta e Quaranta alla neo rom(antic)-com(edy) smaliziata e scorretta dell’ultimo decennio. C’è da dire che l’iniziale rapporto tra i due protagonisti, con il mite segretario tiranneggiato dalla perfida datrice di lavoro, rispecchia bene i rapporti di forza in termine di star power tra i relativi interpreti, l’eterna promessa Ryan Reynolds (qui forse alla volta buona) e la superwoman Sandra Bullock. Proprio quest’ultima è il cuore e la forza trainante di Ricatto d’amore, del quale è anche produttrice esecutiva, attiva (come spesso le accade da un decennio a questa parte) nella costruzione di una filmografia e di un universo femminile che prima o poi si dovrà studiare seriamente, senza mezzi sorrisi e facili ironie, considerata la sua forte penetrazione entro un certo pubblico e il particolare tipo di divismo cui ha dato origine a dispetto di pellicole quasi tutte mediocri. Lontanissima dalle algide divinità di celluloide Roberts e Kidman, eppure prossima a loro nella profittevolezza dei propri film, quasi mai baciata dal tocco di un autore che accendesse i sensi dei cinefili, la Bullock porta avanti con pervicacia ammirevole un personaggio di ragazza della porta accanto, né bella né brutta, intimamente media nel carattere e nei modi, spesso nascosta sotto una superficie di eccessi (l’iniziale mascolinità negli action tipo Speed) grattata via dall’intraprendenza del maschietto di turno. Anche in Ricatto d’amore è questo il copione: l’insopportabile virago dell’esordio cede il passo con una certa facilità al canonico femminino dell’attrice, con precipitoso ribaltamento che è anche addolcimento corporeo e fisiognomico, fino all’apoteosi della bellezza patatona dell’ultima inquadratura. Allo stesso modo si comporta il film di Anne Fletcher (il cui titolo precedente è non a caso 27 volte in bianco), che incrocia materiali, spunti, suggestioni dai successi degli ultimi anni, dalle donne in acida carriera modello Il diavolo veste Prada agli equivoci con i parenti del partner di Ti presento i miei, con tanto di parentesi comiche demenziali alla sotto-Farrelly (il tuttofare cubano Ramone e le sue performance da lapdancer), prima di ricadere nel lietissimo fine del genere. Tutto nel segno onnipresente della Bullock, appunto, che – se può interessare – regala al proprio pubblico anche il suo primo nudo integrale, ovviamente posticcio come il film.
Rocco Moccagatta

a me il film è piaciuto.. non penso si proponga di essere un kolossal ma è divertente e fa trascorrere due ore in allegria!
http://www.youtube.com/watch?v=iu2pEMco7zI