[ Questione di punti di vista ]
La storia – Sulla strada Kate incontra Vittorio. I due si ritrovano poco dopo in paese: la donna ha raggiunto il circo dove un tempo lavorava, l’uomo è di passaggio, ma decide di fermarsi. Tra spettacoli e prove, Vittorio si appassiona alla storia della piccola troupe e cerca di capire cosa si agiti dietro il volto inquieto di Kate.
«E poi diventa evidente che non voglio tenere un ragionamento consequenziale, ma mi ostino a ripetere la stessa cosa in modi diversi». Così scriveva Jacques Rivette nella sua famosa lettera a Rossellini. Ben prima di passare dietro la macchina da presa, era già chiaro al giovane critico il suo modo di procedere. Come tutti i grandi autori, Rivette non filma che una sola idea: la sua personale ossessione riguarda il concetto stesso di messa in scena, come il luogo in cui la verità (di un personaggio, di una situazione, di uno stato d’animo) si svela e nasconde.
Spesso tale idea viene indagata attraverso il teatro, non tanto nella ripresa di uno spettacolo quanto nel suo farsi. Prova dopo prova. In Questione di punti di vista il regista esplora un altro tipo di palcoscenico, quello rotondo del circo (spazio solo in apparenza più leggero e popolare, pervaso invece da una sorta di sfida costante alla morte). Questo sistema di diastole e sistole, di rilassamento giocoso e ritenzione nervosa è ciò che cattura Vittorio e lo avvinghia al piccolo circo di provincia, dove ogni sera nell’innocua esibizione dei clown si consuma la rappresentazione (parodica) e la sfida (reale) a una morte che affonda nel passato.
A Kate spetta il compito di condurre il ricordo di questa doppia morte (quella reale del suo compagno nello spettacolo e quella simbolica di un amore paterno negato) fino ai margini della scena. Vi è una sequenza che da sola rende questo film indimenticabile: quando ormai Vittorio si è accorto che qualcosa di profondo si agita dietro il numero dei clown e che il piccolo circo, come una banda, cela un segreto, con uno stacco narrativo lo sguardo si sposta su Kate che si reca in un piccolo cimitero di provincia. Poche parole e una presenza discreta della macchina da presa proteggono il dolore della donna. Di lì a poco il suo lavare i panni per trovare la giusta tonalità di colore acquisterà un senso diverso.
Questione di punti di vista (traduzione opinabile di 36 vues du Pic Saint Loup, bricco che svetta dalle parti di Montpellier e i cui dintorni producono un fruttato vino rosso), come tutte le opere di Rivette, è una pellicola mirabilmente sospesa tra realtà e finzione: la realtà del racconto, cui Pascal Bonitzer fornisce le giuste parole, e la finzione di un circo reale, che si mette in scena per l’autore e il suo manipolo di attori. Un film a suo modo testamentario, perché tutto rivolto a un passato di cui il presente sembra immemore, e tuttavia leggero come un’aria da operetta.
Carlo Chatrian
