[ Motel Woodstock ]

La storia – Dal suo libro autobiografico (scritto con Tom Monte), la vera storia di formazione di Elliot Tiber, organizzatore insieme a Michael Lang dell’evento di culto della controcultura ’69: da impacciato ragazzo di campagna, schiacciato da una yiddish mame petulante e insopportabile, a uomo “libero” e (bi)sessualmente consapevole.

Woodstock senza Woodstock: il controcampo di quello che successe sul palco nell’agosto 1969. Il grande Alex Cox – ultimo punk del cinema (da venticinque anni lontano dalle major) – durante un’intervista alla scorsa Mostra di Venezia raccontava di come odi il cinema americano fatto solo di superficie e immagini posticce: «Mi sembra sempre di plastica». Ecco perché il suo ultimo Repo Chick è provocatoriamente cosparso di pupazzetti di plastica ed effetti da cartoon. Una metafora consapevole dell’America contemporanea, piena di sé/vuota e allo stesso tempo in cerca di sé. Ovviamente Cox non ha mai citato esplicitamente Motel Woodstock del presidente di giuria Ang Lee, ma a me è venuto in mente lo stesso, riascoltando le sue parole. La versione del regista taiwanese “americanizzato” del concertone-evento ha tutto l’aspetto di un quadretto pop psichedelico ed è pura cornice visivamente luccicante ma vuota, e non sembra rimandare ad altro che a una Woodstock da santino lisergico, per quanto popolato da maschere: il goffo Elliot, la mamma ebraica ultrarepressiva, il travestito dolce e risoluto, il reduce intontito da guerra e droghe, il coro di teatranti hippies strafatti e mezzi nudi. Più che la commedia, per raccontare l’evento, Ang Lee sceglie un misto improbabile di nostalgia a colori saturi, vittoria personale, farsa e burletta rock ‘n’ roll. L’effetto involontario, spesso, è la semiparodia dei personaggi “da Woodstock”, quasi come le riedizioni dell’evento del 1994 e 1999 raccontate da Barbara Kopple in My Generation. Scimmiottare il rock ‘n’ roll, scimmiottare le capriole nel fango. Non senti la sporcizia, la melma, il sudore e soprattutto la musica. O meglio, questa la ascolti (da Try di Janis Joplin a Wooden Ships di Crosby, Stills & Nash), ma non la vedi, non la percepisci addosso, resta fuori campo e scivola via.
Il titolo originale rimanda all’appropriazione di uno spazio, di un mondo che si vorrebbe altro e migliore (sono i tre giorni che i poster promozionali del concerto e la Storia hanno definito «di pace e amore»). Il giovane di provincia Elliot Tiber, di fatto, si prese l’area di campagna di Woodstock per trasformarla inconsapevolmente in un luogo simbolo di pellegrinaggio della controcultura. I 50.000 spettatori previsti dall’organizzazione diventarono mezzo milione. Ang Lee, a sua volta, dopo Tempesta di ghiaccio si prende di nuovo una storia di controcultura a stelle e strisce per darne il proprio punto di vista, ma il suo sguardo stavolta sembra accecato dal sogno americano. In fondo, la sua Woodstock è la storia di Tiber che ce la fa.

Luca Barnabé

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