[ Lo spazio bianco ]
La storia – A Napoli la single Maria partorisce una bambina al sesto mese di gravidanza. Il forzato periodo di attesa e l’assenza di certezze riguardo al destino della piccola la costringerà a riconsiderare la propria esistenza.
Se A casa nostra era un film corale dalla sceneggiatura a incastro e dentro una Milano che comprava cose e anime, Lo spazio bianco si sposta geograficamente a Sud ed è abitato da una donna single, la mamma “in attesa” Margherita Buy. Trasposizione viva e necessaria del romanzo omonimo di Valeria Parrella, Lo spazio bianco è il luogo fisico e la condizione emotiva in cui è costretta la protagonista, madre di una bimba nata prematuramente da una relazione occasionale. Francesca Comencini si muove sensibile sul limitare della soglia che separa la vita e la morte, sapendo, come la sua puerpera, che è già (e non ancora) troppo tardi per quella creatura obbligata all’incubatrice e costretta alla lotta. Fuori dallo spazio bianco la vita scorre, e corre Napoli e l’inarrestabile continuità del reale. Dentro il reparto prematuri, Maria “accompagna” la sua bambina “incompiuta” fino alla fine della gravidanza, patendo la distanza a cui è sottoposta e il distacco che la allontana dalla realtà. La Buy è un corpo dolente, che coglie il fallimento, l’illusione del sogno di maternità ma anche l’assoluta necessità di esistere dentro un ambiente che si rivela una barriera invalicabile. C’è sempre un vetro, una porta, una tenda che separa il dentro dal fuori. E poi c’è Irene, corpo precoce aggrappato alla vita e abdicato dal padre, che utilizza tutte le sue risorse per sopravvivere e assomigliare a quello di un bambino a termine. Il registro dell’irrealismo, solo accennato in A casa nostra con le arie melodrammatiche verdiane, diventa qui consistente (la sequenza delle “madri danzanti”). Meno pavida e ritrosa, lontana da Milano, la Comencini “maggiore” abbandona pure la sceneggiatura corale, calandosi finalmente in un unico personaggio, seguendolo e indagandolo coerentemente nel bene e nel male. Questa madre senza incertezza e rassegnata a un’assente vocazione paterna giunge alla fine della gestazione e spalanca l’umano in una complementarietà delle parti luminose con i lati d’ombra. Una riflessione intelligente su cosa comporti oggi il vissuto della maternità, una possibile via per raccontarne la consapevolezza e la complessità, ma soprattutto per mettere a fuoco la ricaduta sociale della gravidanza sulle donne.
Marzia Gandolfi
