[ Le 13 rose ]
La storia – All’indomani della conclusione della guerra civile spagnola, il regime di Franco comincia la sua opera di repressione ed eliminazione delle voci di dissenso all’interno del Paese. Seguendo percorsi diversi, tredici giovani donne si ritrovano a condividere le ore che le separano dalla fucilazione.
Una pagina dolorosa della storia spagnola, e il tentativo di restituire memoria e dignità al sacrificio di chi l’ha intrisa col proprio sangue. Ma l’intentio auctoris non coincide esattamente con l’intentio operis. Il film di Martínez Lázaro, suddivisibile in due parti, di fatto tratteggia nella prima un quadro storico piuttosto approssimativo, con conseguenti difficoltà di orientamento per uno spettatore non così addentro alle dinamiche della guerra civile spagnola e della successiva dittatura franchista. Nella seconda metà, in cui prevale la dimensione umana dei protagonisti, la messinscena assume invece una linea più armonica e nitida. Il risultato è una fruizione coinvolgente, nonostante un insistente dispiego di stereotipi, una netta distinzione tra buoni e cattivi, una definizione dei personaggi attraverso l’individuazione di caratteri facilmente riconoscibili. Così se le protagoniste incarnano la grazia e la bellezza, al contrario i collaborazionisti sono connotati da tratti somatici duri e da sguardi vitrei, nonché da sorrisi sadicamente perversi (come quello del funzionario di polizia interpretato da Adriano Giannini). Protagoniste della narrazione corale cinque delle tredici vittime sacrificali, quattro delle quali attiviste nel circolo ricreativo “Aida Lafuente” e militanti nel JSU, l’Unione della Gioventù Socialista (Adelina, Julia e le più appassionate Virtudes e Carmen). La quinta, Blanca, è invece un’intellettuale borghese figlia della destra cattolica ma vicina, per amore della musica, al gruppo dei rivoltosi. Ognuna di loro è stata arrestata e, a eccezione della più giovane Carmen, pagherà la propria dissidenza con la vita, per volontà di una dittatura affamata di epurazioni esemplari. Il regista, pur ammiccando alle fiction di ultima generazione nella creazione di un racconto che fosse il più possibile lineare, è comunque riuscito a portare sul grande schermo una storia su cui, ancora e soprattutto oggi, vale la pena interrogarsi.
Elena Canavese
