[ La ragazza che giocava con il fuoco ]

La storia – Mikael Blomkvist denuncia sulla rivista Millennium un traffico di prostituzione proveniente dall’Est. La sua inchiesta sembra portare alla luce responsabilità importanti quando una serie di omicidi scompagina le cose, riportando al centro dell’attenzione la problematica Lisbeth…

Il rapporto ingenuo tra narratore e narratario, ci ha insegnato Walter Benjamin, è dominato dall’interesse a conservare ciò che è narrato: tentando di assicurarsi la possibilità della riproduzione del racconto, il narratario collabora alla sua riuscita. Questa collaborazione interessata può avere un esito solo se il racconto viene messo a punto, al di là del remunerativo meccanismo superficiale del “e poi… e poi” che rende ogni narratario implacabilmente avido di conoscere il seguito della storia fino al suo scioglimento, come una solida ragnatela di legami di causa-effetto. La ragazza che giocava con il fuoco, secondo capitolo della trilogia cinematografica tratta da uno dei casi editoriali più straordinari degli ultimi anni, Millennium di Stieg Larsson (il secondo autore più venduto in Europa nel 2008), è costruito su un patto narrativo molto semplice: lo spettatore è chiamato a cooperare dal primo all’ultimo istante alla riuscita del film contribuendo solo al funzionamento del meccanismo primordiale del “e poi… e poi”; l’unica attività che gli viene richiesta è quella di immagazzinare gli elementi della catena di cause-effetti che conduce linearmente dall’inizio alla fine, passando attraverso indispensabili momenti di caos in cui le piste narrative sembrano moltiplicarsi e soprattutto facendo a meno dell’uso sistematico del flashback che aveva caratterizzato il precedente Uomini che odiano le donne. L’univocità e la trasparenza del finale, che sopraggiunge dopo che tutto è stato spiegato, consente allo spettatore, qualora sia della razza degli indefessi consumatori di trame poco interessati allo specifico del linguaggio cinematografico, di conservare agevolmente ciò che è stato narrato, assicurandosi la possibilità di riprodurre senza sforzi (se non quello della memoria) il racconto. Come gli ABBA non si ispiravano a Schönberg, così Larsson (il paragone è suo) diceva di non avere l’ambizione di fare letteratura alta. Diamogliene atto. Mentre in Uomini che odiano le donne era vivo il retaggio dei traumi non pacificati della socialdemocrazia svedese, le cui politiche eugenetiche, atte a preservare la razza dall’incrocio con elementi stranieri, furono fonte di ispirazione per la Germania hitleriana, in questo secondo capitolo la cornice storico-politica si riduce alla messa in scena del sottomondo truce della prostituzione femminile. Su questo universo irreparabilmente misogino (tutte le donne sono vittime) aleggia una misantropia etica (tutti gli uomini sono carnefici e vanno puniti) monocorde e alquanto sospetta. Neanche il regista Alfredson deve aver avuto l’ambizione di fare cinema alto, se la sua scelta stilistica è stata chiaramente quella di non accampare alcuno stile, tanto che in alcune sequenze sembra di essere precipitati in un qualche episodio di L’ispettore Derrick.

Fabio Vittorini

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