[ La doppia ora ]
La storia – Guido, un ex poliziotto, e Sonia, donna delle pulizie bosniaca, si conoscono in un locale speed date, si piacciono, si frequentano. Le loro solitudini si mescolano sullo sfondo di una Torino astratta e quasi simbolicamente metafisica. Ma durante un’aggressione che sembra accidentale Guido muore. Sonia si riprende dal coma causato da una pallottola che l’ha colpita di striscio in testa, torna al lavoro, ma l’uomo comincia ad apparirle sempre più spesso. E insieme a lui emergono una misteriosa foto-ricordo da Buenos Aires, surreali audio-lezioni di spagnolo, strani necrologi, un prete inquietante che a una cerimonia funebre sbaglia il nome del defunto, un cliente con l’aria da serial killer, un furgone guidato da un uomo enigmatico.
Il limite più evidente dell’esordio di Giuseppe Capotondi coincide, paradossalmente, con l’aspetto di maggior interesse, e cioè l’ambiziosa struttura tripartita dello script, con relativo gioco di scatole cinesi e continui ribaltamenti di prospettiva. Si accumulano anche un gran numero di riferimenti intertestuali, citazioni sfocate più che espliciti omaggi, una rete di rimandi che rafforza il clima perturbante e comprende Polanski, Argento, Fulci. Da questa atmosfera di grande fascino si esce però un po’ troppo presto e si esce male, con un secondo ribaltamento a causa del quale la componente metafisica del racconto si sgonfia e tutto trova una spiegazione logica. E qui vengono i problemi. Purtroppo manca ancora una discreta porzione di film e improvvisamente la storia perde interesse, trascinandosi stancamente verso l’inevitabile finale. Non solo. Il tipo di ribaltamento scelto – molti ricorderanno La donna del ritratto di Lang – implica una necessaria rilettura di tutto ciò cui si è assistito nella parte centrale. Sbavature, dialoghi poco curati, piccole contraddizioni trovano una nuova coerenza e nuova compattezza, ma questo diventa, con effetto boomerang, anche un limite perché si ha l’impressione che in effetti questo “colpo di spugna” sia una soluzione un po’ troppo facile che finisce per giustificare tutto. Altri dettagli sembrano sfuggire alla robustezza della trama, non ultimo anche quello che genera il titolo, la “doppia ora” che spesso i personaggi scorgono sull’orologio e che mette a metafora, con un po’ di pesantezza didascalica, gli incroci del destino. In mezzo a queste crepe, che si aprono per il lodevole tentativo, portato avanti in fase di scrittura, di dar vita a una struttura narrativa originale e atipica per il panorama nostrano, c’è tanto di positivo. In particolare, a dispetto di molto cinema che si fa in Italia in cui prescindibile risulta il lavoro sui codici visivi, La doppia ora è un film “bello da vedere”, equidistante, soprattutto prendendo a paragone le altre pellicole italiane in concorso, tanto il rutilante, vacuo e anacronistico gigantismo di Tornatore quanto l’insipienza di Lo spazio bianco e Il grande sogno. Capotondi ha anche il merito di intavolare un progetto di regia molto compatto e coerente con ciò che racconta. Peccato quindi per il fardello dell’ultima mezz’ora, che appesantisce la struttura e suggerisce il rammarico che, nell’esplicito rimando a La donna del ritratto, gli sceneggiatori non ne abbiano ripreso soprattutto la mirabile asciuttezza del finale.
Simone Spoladori

Io l’ho trovato un film bellissimo, sia pure dal finale un po’ deludente per lo spettatore. Ricorda per dinamiche “Birthday girl” con la differenza che li la protagonista/kidman riesce a redimersi, percorso che invece non riesce a compiere fino alla fine la brava attrice del nostro film. Non sono d’accordo sulla fragilità dei dialoghi e sulle suddette sbavature e contraddizioni che,invece, ben si spiegano con l’evento traumatico che colpisce la donna ma anche in ragione della sua personalità controversa. Riguardo all’affermazione secondo cui il meccanismo della doppia ora sarebbe in contrasto con la robustezza della trama, ritengo che un thriller possa essere anche romantico e visionario senza per questo snaturarsi anzi acquistando un valore aggiunto, che nel caso del film in questione appare evidente. Certo il finale lascia perplessi specie per la scelta del “gabbato” di non infierire. Ma in fondo il finale lo trovo mirabilmente affascinante nella parte in cui si accettano le scelte dell’altro senza rancore e per certi versi spinti dall’amore per l’altro. La “doppia” ora ricorrente sul biglietto aereo e la foto di lei con l’altro con la catenina in mano regalatale da lui sullo sfondo di Buenos Aires sono emblematiche della ineluttabilità del compromesso. Voto 9.