[ Io sono l’amore ]
La storia – Affresco di una famiglia dell’alta borghesia milanese, i Recchi, che a contatto con il cuoco di umili origini Antonio vedrà risvegliarsi le passioni, rimescolarsi i rapporti e incrinarsi la quotidiana ipocrisia.
La neve, il freddo, il gelo. Si apre così Io sono l’amore: con visioni dall’alto e di sghembo di una Milano innevata come non la si era mai vista sugli schermi, immersa in una luce raggelata e malinconica che si riverbera monocroma dal bianco ingrigito della neve per le strade al grigio più cupo delle facciate dei palazzi e dei tetti delle case. Tutto il film, anche quando cambia spazi, luci e luoghi, si porta addosso il gelo e il grigio del suo incipit, quasi a sottolineare l’operazione di raffreddamento che Luca Guadagnino e i suoi collaboratori operano sul corpo incandescente del genere più eccessivo della storia del cinema, il mélo.
Io sono l’amore sembra infatti una storia alla Visconti – un po’ Gruppo di famiglia in un interno, un po’ Vaghe stelle dell’Orsa..., un po’ La caduta degli dei (Götterdämmerung) – girata con la freddezza e il distacco di Antonioni: quanto più l’intreccio si fa caldo, e offre spunti e possibilità melodrammatiche, tanto più la regia frena, congela, distanzia. E ciò è tanto più interessante quanto più Io sono l’amore è – di fatto – un film sulla borghesia milanese. Non sulla nuova borghesia di arricchiti e parvenus, spesso volgari e inconsapevoli di sé fino al grottesco involontario, ma su quel ceto dirigente che ha fatto della concretezza il suo segno distintivo, anche se poi ha sempre faticato a trasformare il proprio primato economico in ef-fettiva capacità di governo della società. Anche i Recchi, la dinasty al centro dell’opera, celebrano i loro riti sociali e familiari chiusi nel silenzio ovattato di una delle più belle ville storiche di Milano, fra arredi di protodesign firmati dall’architetto Portaluppi, pavimenti in legno pregiato e discorsi pronunciati quasi sempre a bassa voce. È la discrezione, feticcio storico dei riti di autorappresentazione della borghesia ambrosiana, a dominare anche la messinscena di Guadagnino. Ma è un feticcio destinato a implodere quando la famiglia protagonista si trova a dover fare i conti con uno dei grandi nodi storici della contemporaneità: l’incontro/confronto con l’altro. Come in Teorema di Pasolini, anche in Io sono l’amore è l’arrivo di un personaggio che viene da fuori (da un’altra classe, un’altra cultura, un diverso sistema di valori…) a incrinare radicalmente il sistema di rapporti e di relazioni su cui la famiglia ha edificato il proprio status, e a rompere il velo dell’ipocrisia condivisa.
È un film pretenzioso, hanno detto in molti. Sarà. Ma il nostro cinema pecca in genere del difetto opposto: ha poche ambizioni, vola basso, non osa, si accontenta di poco. Guadagnino, invece, punta in alto. Finalmente, verrebbe da dire. Anche perché con attori come Tilda Swinton e Pippo Delbono un regista può permettersi arditezze che in molti altri casi sarebbero energicamente da sconsigliare. E anche se la sceneggiatura qualche volta sembra come intimorita dal milieu in cui si va a intrufolare, è poi la componente più strettamente visuale a fare dell’opera uno dei prodotti italiani più interessanti della stagione: una sorta di “fascino discreto della borghesia” realizzato con un occhio da designer prima ancora che con un respiro da narratore.
Gianni Canova
