[ G.I. Joe – La nascita dei Cobra ]

La storia – Quando uno scienziato/mercante vende alla NATO delle testate in grado di devastare intere città e qualcuno tenta di sottrarle, interviene il nucleo speciale (e segreto) dei G.I. Joe.

Dopo il doppio Bay di Transformers la Hasbro commissiona a Stephen Sommers la confezione cinematografica con cui rilanciare in live action i G.I. Joe, che ai tempi (metà anni Sessanta) furono i primi action figures della storia, Barbie muscolose e militarizzate per la gioia di imberbi maschietti. Il risultato è un’operazione revival per bambini e preadolescenti con uno spunto da fantascienza antica (la scoperta scientifica salvifica trasformata dal malvagio in arma di distruzione), in cui emerge il conflitto armato come premessa permanente e prevale un cerchiobottismo esponenziale che si autocondanna (il male è rappresentato da un mercenario doppiogiochista). L’esile giocattolone, volente o nolente, presuppone un alto tasso di sospensione della credulità, punta a risvegliare la meraviglia infantile, sospeso tra stupore e stupidità: lo stupore ingenuo con cui propina insistentemente l’artificio digitale (lo scialo di un CGI volutamente immaturo, mai dissimulato, sino alla stucchevolezza, barocco sino a una paradossale stilizzazione, quell’effetto davvero speciale memore di trascorsi, ben esposti e per questo incantevoli trucchi cinematografici), la stupidità diffusa che annulla la verosimiglianza, appiattisce le psicologie rendendole monodimensionali, semplifica i nessi logici a quelli temporali preferendo a causa/effetto il meno problematico prima/ dopo. L’incipit storico fuori misura (che disegna il destino a cui è chiamato l’antagonista), le stilizzazioni etniche, lo schema binario e manicheo, il ricorso sistematico al flashback esplicativo, il (presunto) cinismo macho miscelato nei dialoghi a una risoluta (e presunta) ironia sono eredità fumettistiche mai celate che, sommate alle estenuanti scene di battaglia (dove l’adrenalina della macchina da presa corrompe coreografia e sviluppo dell’azione, fino a far rimanere solo botti ed esplosioni), all’assoluta assenza di ansie autoconclusive (il film dichiara senza ritegno di essere il primo episodio di una serie) e ai molteplici buchi narrativi, fanno tabula rasa di ogni intento e ambizione, consegnando il prodotto alle grinfie di quella che definiscono onestà intellettuale. Non lo si chiami però cinema del futuro.

Giulio Sangiorgio

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