[ Funny People ]
La storia – Il popolare stand-up comedian George Simmons, ricco e circondato da donne, a causa di una malattia ha i giorni contati. Una sera incontra Ira, un comico alle prime armi. Dopo le incomprensioni iniziali decide di fargli da pigmalione, insegnandogli tutti i segreti del mestiere per raggiungere quel successo che lui non potrà più vivere.
La più manifesta anomalia del nuovo film di Judd Apatow è la durata. Anche se il regista non si era mai tenuto molto al di sotto delle due ore per i precedenti titoli (40 anni vergine e Molto incinta), il minutaggio di Funny People pare aver subito molti tagli fino a raggiungere l’attuale e “dolorosa” forma che supera le due ore e venti. Durata in realtà quasi record per una pellicola del genere. Oltre alla difficoltà congenita di Apatow di raccontare in maniera concisa, è il concept stesso della sceneggiatura a giustificare la lunghezza: accade infatti che il nuovo esperimento del più recente guru della commedia americana sia un miscuglio ipertrofico e inarginabile tra le diverse facce della finzione (spezzoni di pellicole, poster, spettacoli dei personaggi) e della realtà (i filmati di repertorio degli attori, quello iniziale in cui Apatow riprende l’amico Sandler alle prese con uno scherzo telefonico). Tutto ciò contribuisce a fare di Funny People un collettivo, menzognero e camaleontico film-bilancio per la generazione di comici che ci lavora: da Apatow a Sandler, dalla moglie del regista (Leslie Mann, che interpreta l’unico amore di George) a Seth Rogen, da Jason Schwartzman (protagonista di un’irresistibile falsa fiction) al fidato Jonah Hill fino a Eric Bana, in un ruolo comico come agli inizi della sua carriera australiana. La scelta di mescolare alla storia raccontata spezzoni degli incredibili film, poster, video privati, copertine di riviste e fotografie di George Simmons, uomo ridotto a essere esclusivamente una sequela di successi professionali, ne amplifica il senso di vuoto. Quando lo specialista gli diagnostica una malattia del sangue, a causa della quale gli restano pochi mesi di vita, egli ribalta le sue priorità: cerca di ristabilire i rapporti con i familiari, tenta di rendersi utile agli altri e di dare spazio alla propria interiorità anche rivedendo l’amore della sua vita. Tutti gli incontri si trasformano in congedi, il non detto si muta in discorso, in relazione aperta con l’altro e, più o meno a carte scoperte, George è costretto a mettere in gioco la sua vera anima (quella nascosta dall’“essere pubblico”), fino a quando scopre di essere fortunosamente scampato alla condanna. Con una nuova e migliore consapevolezza il comico torna a essere se stesso dopo il purgatorio della vicinanza con la morte, durante il quale si alternano momenti dolenti del privato ad altri pubblici in cui indossa l’ennesima maschera, rappresentati in sequenze/sommario accompagnate dalle musiche introspettive di Schwartzman e Andrews. Tipicamente americano e convenzionale nella scelta di orbitare intorno alla realizzabilità di una seconda chance, Funny People desta interesse soprattutto per la descrizione del sottobosco degli stand-up comedians che Apatow conosce bene. Con le dovute distanze, è l’incontro della vena dissacratoria di Lenny con il senso di morte di All That Jazz – Lo spettacolo continua, filtrato attraverso una comicità bastarda e televisiva, figlia dell’immediatezza dei linguaggi del Web (la convention di MySpace è indicativa) e il gusto scatologico a cui il regista ci ha abituato.
Marco Chiani
