[ District 9 ]
La storia – Approdati sulla Terra, gli alieni vivono in Sudafrica segregati all’interno di un’enorme baraccopoli controllata da gang nigeriane, il Distretto 9. L’unico motivo per cui non sono stati ancora sterminati è che le Nazioni Unite sorvegliano l’operato del governo sudafricano e una corporation locale ha interesse a carpire i segreti della loro tecnologia.
Il termine alien si presta a numerose traduzioni. Le più comuni sono “alieno”, “straniero”, “escluso” e “immigrante” (ovvero residente in una nazione “altra” rispetto a quella di appartenenza). In District 9 le varie accezioni coincidono e la metafora è esplicita ed espansa. Il sudafricano Neill Blomkamp non racconta un’invasione stile La guerra dei mondi né un’assimilazione modello Alien Nation. In questo caso gli extraterrestri (costretti a parcheggiare la loro gigantesca astronave nei cieli di Johannesburg per via di un’avaria) sono turisti per caos, visitatori loro malgrado. Svanito l’entusiasmo iniziale, la coesistenza tra locali e immigranti si fa complicata, al cinema come nella realtà. Gli stranieri sono tollerati a fatica dagli indigeni: il fatto che parlino una lingua incomprensibile, dimostrino un quoziente intellettivo apparentemente “inferiore” a quello umano, presentino abitudini alimentari non proprio ortodosse (divorano cibo per gatti) e abbiano un aspetto tutt’altro che seducente (sono dei gamberoni giganti) non aiuta. District 9 è la storia di uno sfratto. A vent’anni di distanza dal primo contatto, i gamberoni stanno per essere dirottati in un’altra zona con filo spinato elettrizzato e baracche di latta situata a venti chilometri dai negozi del centro. Il trasferimento presuppone il consenso degli interessati, ma la prassi è pro forma e serve solo a tranquillizzare i fastidiosi osservatori internazionali e gli intellettuali sinistrorsi. In questo ambizioso mix di fantascienza, mockumentary e allegoria sociale, il regista mette in scena il nostro presente distopico, alternando efficacemente cornici e punti di vista (dagli accademici che contestualizzano la vicenda a uso e consumo degli spettatori al protagonista che la vive in prima persona). Il risultato è un melange di stili, codici e registri che rimanda a immaginari differenti ma convergenti. Tra i tanti, i videogame (i combattimenti in soggettiva alla Halo), l’horror demenziale del primo Jackson e di Raimi (lo scemo del villaggio postumano, in questo caso un burocrate, elevato al rango di eroe) e il robo-movie (questo è il vero Transformers, altro che il pattume per spettatori lobotomizzati della premiata ditta Bay). Metafora dell’apartheid passata, presente e futura, il film nasconde i vari buchi di sceneggiatura dietro a mirabolanti effetti speciali. L’escamotage del what if viene sfruttato per rappresentare problematiche attuali, ovvero le conseguenze dell’immigrazione e delle assimilazioni mancate. Si pensi ai rifugiati dello Zimbabwe “parcheggiati” nei campi di concentramento gentilmente allestiti dal governo sudafricano, oppure agli immigranti nordafricani che giungono in Italia o in Francia. Blomkamp sfrutta egregiamente tutti i cliché del genere – dalla multinazionale spregiudicata alla trasformazione dell’eroe da complice a ribelle, da aguzzino a vendicatore – firmando il più importante film di fantascienza degli ultimi anni. Era dai tempi di I figli degli uomini che non si vedeva un’opera così riuscita, nella forma come nei contenuti. District 9 pone allo spettatore domande difficili, guardandosi bene dal fornire risposte banali. Meglio ancora, guardandosi bene dal fornire risposte.
Matteo Bittanti
