[ Di me cosa ne sai ]

La storia – Documentario sullo stato di salute del cinema italiano contemporaneo.

«Sarebbe possibile oggi un film come Salò?» si chiede Bernardo Bertolucci in occasione di una manifestazione di protesta contro l’ennesimo taglio al Fondo Unico dello Spettacolo. Valerio Jalongo inizia la propria inchiesta con una domanda decisamente retorica la cui risposta risiede nel montaggio tra le sequenze atroci del capolavoro di Pasolini e le immagini “spaziali” e alienanti di un multiplex di periferia. Com’è mai possibile che tra i corpi nudi dei ragazzi di Salò o le 120 giornate di Sodoma e i pop corn di un UCI qualsiasi vi sia un minimo comune denominatore chiamato cinema? Altra domanda retorica… E allora Jalongo decide di passare ai fatti raccontando di come, dati alla mano, il cinema italiano abbia perso negli ultimi anni 30 milioni di spettatori, ingenti finanziamenti pubblici e numerose coproduzioni internazionali: fino agli anni Settanta il cinema nostrano dominava la scena internazionale arrivando a fare concorrenza persino a Hollywood; poi il rapido declino, la fuga dei maggiori produttori, la crisi del cinema d’autore. Di me cosa ne sai vorrebbe essere una radiografia di questo stato di crisi raccogliendo le numerose (decisamente troppe) testimonianze di registi, produttori, politici, attori, proiezionisti ed esponenti di tutti i comparti del mondo cinematografico. Da Nord a Sud, attraverso sale cinematografiche e centri commerciali, collezionisti cinefili e aspiranti vincitori di Amici, Fellini e Berlusconi, direttori di sala e direttori di telegiornali, apocalittici e integrati, Jalongo cerca una risposta introvabile vagabondando senza direzione. Quella del suo film è una struttura ad accumulo: non c’è una dimostrazione logica di una tesi, non c’è uno smantellamento chiaro della macchina-cinema, quanto un minestrone di storie e facce diverse le cui passioni finiscono con l’annullarsi a vicenda. Così scorrono quasi inosservate la storia del Cinema Mexico di Milano che ha difeso e programmato per diciotto mesi consecutivi una pellicola come Il vento fa il suo giro; quella della Cineteca Lucana che conserva la memoria del cinema in cascinali-magazzini dispersi nei campi di grano; quella di un proiezionista errante che negli anni Cinquanta e Sessanta portava le sue pellicole negli angoli più dispersi della Calabria dove nessuno aveva mai visto un film. In questo documentario non c’è il tempo per affezionarsi a una vicenda o a un personaggio e, tramite loro, ricavare degli spunti di riflessione. Tutto scorre, un racconto interrompe l’altro in una bulimia di immagini da consumare in fretta con uno schema che, purtroppo, ricorda quella cattiva maestra televisione che l’opera stessa condanna. «Non si spezza una storia, non si interrompe un’emozione» era lo slogan usato qualche anno fa da Fellini – e citato da Jalongo medesimo – contro l’interruzione pubblicitaria dei suoi film sulle Tv commerciali.

Valentina Torlaschi

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