[ Capitalism: A love Story ]

La storia – Michael Moore attraversa in lungo e in largo gli Stati Uniti per cercare risposte sulla crisi economica che ha rovinato vite, tagliato posti di lavoro (14.000 al giorno), devastato il risparmio e abbattuto il mercato immobiliare. Da subito si comprende che le spiegazioni vanno cercate a Washington e i colpevoli a Wall Street…

Che fine ha fatto l’autore di Roger & Me? Il regista che indagava con occhio asciutto e vigile sul licenziamento di 30.000 operai alla General Motors di Flint (Michigan), limpida voce di una collettività? Quello era un autore che portava in scena uno spaccato sociale altrimenti condannato all’invisibilità, per questo era conscio dell’importanza del suo compito, per nulla incline alla spiritosaggine fine a se stessa. Purtroppo quel Moore non c’è più. Si è eclissato, ha scelto scorciatoie. Come il regista dell’abominevole Videocracy – Basta apparire si crogiola nella barzelletta (in realtà il film dell’italo-svedese Gandini è anche peggio perché ha uno sguardo assolutamente organico al mondo che finge di attaccare, meglio Corona di lui e del suo senso di superiorità). Moore afferma di «attaccare il sistema che permette, incoraggia e, cosa più importante, garantisce questa corruzione». Magari fosse così. In realtà il legame corruzione-capitalismo appare come un frutto della politica, di Washington in generale. Si sa, la politica è tutto un magna-magna… Lavorare sugli intestini dello spettatore, fargli credere che il capitalismo sia un sistema rozzo e famelicamente belluino, messo in piedi da un gruppo di imbecilli, non spiega perché rinasca e si rinnovi costantemente. Perché dopo aver esaltato per decenni la bellezza del libero mercato i banchieri e gli industriali non abbiano mostrato la minima vergogna a chiedere, anzi pretendere aiuti di Stato. Circondare con il nastro giallo di scena del crimine i luoghi del potere economico fa un gran bell’effetto, ma non porta da nessuna parte. Anzi spinge a credere che il cazzeggio sia una soluzione. Altra scelta opinabile di Moore è il trattare le immagini di repertorio e le sequenze odierne nello stesso modo. Non si può avere il medesimo sguardo sulle bighe, il gatto che tira lo sciacquone e gli operai che picchettano la loro fabbrica. Quanto sia greve e a volte insincero il suo cinema è testimoniato dalle drammatiche sequenze dedicate ai familiari dei lavoratori sfruttati anche da morti tramite l’assicurazione sulla vita sottoscritta dalle aziende: Moore ritorna due volte sul viso di un bambino piangente e sottolinea il tutto con una musica assolutamente insopportabile. Una materia così incandescente andrebbe controllata, non caricata di colpi bassi, perché gente che guadagna sulla morte dei propri dipendenti è automaticamente destinata al pubblico ludibrio senza nessun bisogno di insistere ulteriormente. Il cinema di Moore è come sempre a rischio di populismo e per risultare efficace deve rivolgersi a geniali “rielaborazioni” come la voce simil-Padrino sulla pubblicità delle banche o a momenti di grande pathos come il discorso di Roosevelt sulla democrazia. Qui Michael torna a mordere, a fare il reporter, a parlare in nome e per conto di quel 99% di cittadini ingannati, arrabbiati, indebitati dalle delizie (derivati, prestiti facili, ecc.) del capitalismo made in Usa.

Massimo Rota

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