[ Bastardi senza gloria ]

La storia – Durante la Seconda guerra mondiale il tenente Aldo Raine recluta una squadra speciale, incaricata di uccidere nella Francia occupata dai nazisti il maggior numero di soldati tedeschi e di portare a termine una missione: eliminare i leader del Terzo Reich.

Sublime esercizio di racconto contro-fattuale, Bastardi senza gloria riscrive la Seconda guerra mondiale con un ardire e un ardore che avrebbero fatto felice Philip K. Dick. Preso atto che la Storia è un’astrazione (Hayden White) e che dunque esistono infinite storie (ogni racconto è, per definizione, un remake, una variante della cosiddetta “versione ufficiale”, ovvero i “fatti” così come sono stati socialmente e culturalmente definiti dai vincitori), ci troviamo di fronte a un godurioso mash-up che trascende (confini e convenzioni) e trasuda (riferimenti ed eccitazioni). Che si tratti di una prova di anacronismo tattico è evidente già dai titoli di testa, un lettering che strizza l’occhio allo stile tipografico delle riviste anni Settanta per narrare, nella prima decade del ventunesimo secolo, una vicenda ambientata negli anni Quaranta. E poi l’esergo iniziale («C’era una volta nella Francia occupata dai nazisti»), che ricombina e riconcilia spaghetti western e war movie, fiabe e cartoni animati. Tarantino è iper-referenziale: il suo cinema riflette sul cinema per mezzo del cinema, una realtà parallela che da sempre condiziona, magari rimpiazza (©Ballard, ©Baudrillard), quella non filmata. Una macchina perfetta che si sviluppa grazie a dialoghi strutturati come partite di poker. In Bastardi senza gloria ogni conversazione è un interrogatorio. L’interesse è sostituito dall’intimidazione, perché qui il bluff e l’affondo hanno implicazioni esistenziali e non puramente ludiche. La strategia della tensione conferisce pathos a ogni scena, senza tuttavia ingenerare alcuna forma di empatia nei confronti di personaggi a una dimensione e mezza – e infatti si degenera allegramente nel bathos. Siamo ai livelli sfrenati e sfrontati di Le iene, in cui la gravitas di ogni battuta contrasta con l’apparente banalità degli interscambi. Mitragliate ad altezza uomo di tocchi di classe (dal tema dei latticini, che il sublime Hans Landa sviluppa per tutto il film e che culmina con l’ordine della panna fresca nel ristorante parigino per Shosanna, fino al film nel film, lo sniper porn di L’orgoglio della nazione che ipostatizza Ejzenštejn, Call of Duty e Pure Ownage): possiamo tranquillamente affermare che ci troviamo di fronte allo zenith tarantiniano e il regista si autocelebra, complice Aldo Raine con un excipit fulminante («Penso che questo potrebbe essere il mio capolavoro»). Molto meno pedestre (nel senso di fetish) delle prove precedenti (eccezione: l’episodio della Cenerentola che perde – e ritrova, suo malgrado – la scarpa persa a mezzanotte). Dopo anni di moralismi e manipolazioni modello Spielberg-Benigni, finalmente uno sparatutto sui nazisti piacevolmente amorale. Una pellicola che non si prende sul serio perché prende terribilmente sul serio il cinema di genere e brutalizza lo spettatore accondiscendente. L’ultraviolenza alla Grattachecca & Fichetto che permea l’opera tarantiniana è molto meno dannosa di quella politicamente corretta di Salvate il soldato Ryan. Qui si glorifica il sadismo e la piromania, la tortura fisica e psicologica senza dire “mi scusi” o “permesso” o “sono cose che non si fanno”. Puro nichilismo: nitriti e nitrati coincidono e coinvolgono. La gravitas retorica ammalia e ammorba, corrobora e corrode. Un trattato linguistico – che proprio per questo andrebbe visto solo ed esclusivamente in lingua originale – che assume la forma dell’esperimento concettuale. Il Führer di Tarantino conversa e dialoga con l’Hitler/Ganz dei mille remix di La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler. Si pone allo stesso livello degli zombi nazi di Wolfenstein, altra geniale riscrittura che alcuni artisti illuminati come Damiano Colacito hanno colto appieno. Revisionismo senza limitismo per santificare la volontà di onnipotenza e il trionfo della volontà. Un cinema che ti esplode in faccia, come un petardo a scoppio ritardato. Un film che non vuole finire mai, e che promette un seguito con un gruppo di soldati afroamericani persi nelle campagne francesi (le minoranze che mettono in scacco le maggioranze ariane), un Band of Brothers – Fratelli al fronte gonzo alla faccia di S.S. (Steven Spielberg). Un film che ha richiesto sei anni di (ri)scrittura, on e off, e che doveva reclutare, stando alle voci, un cast variopinto (Michael Madsen, Sylvester Stallone, Bruce Willis, Eddie Murphy, Tim Roth e perfino Adam Sandler). Un film che doveva diventare una miniserie televisiva e che sicuramente non finisce qui. Undici minuti di standing ovation a Cannes, infiniti insulti da parte della stampa inglese, probabilmente incazzata per l’esito dell’Operazione Kino, americani compatti e coatti nel sostenere l’antieroe del cinema di serie B(astardo). E gli italiani cosa dicono?

Matteo Bittanti

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