[ Baarìa ]
La storia – Cinquant’anni di storia italiana attraverso il microcosmo di un piccolo paese siciliano, Bagheria, e le vicende di tre generazioni della famiglia Torrenuova.
Mentre scriviamo, giunge la notizia che Baarìa rappresenterà l’Italia e il cinema italiano agli Oscar, nella categoria “Miglior film straniero”. Una notizia, questa, che non dovrebbe entrare nell’alveo di una recensione, essendo un dato di cronaca, eppure è tale da far saltare le necessità critiche per dare sfogo a quelle politiche e contingenti. La notizia su cui ragionare non è che Baarìa andrà agli Oscar (questo lo si sapeva già, sviluppo insito nella natura del progetto), ma che quest’opera rappresenterà l’Italia e il cinema italiano. E questo è un elemento curioso, perché in nessun caso Baarìa rappresenta il cinema italiano, in quanto un film così in Italia non è dato farlo a nessuno, tranne che a Tornatore. Baarìa non è rappresentativo neanche in Italia, considerato che è un unicum, un’eccezione che non avrà uguali e non avrà emuli. Il costo dichiarato del progetto è di 25 milioni di euro, quello effettivo è più importante. Le sue dimensioni produttive ricordano quelle di un passato lontano, quando il cinema italiano contava davvero qualcosa nel panorama delle produzioni mondiali, e faceva scuola e dettava la linea. Tornatore, con il suo insistito richiamo al cinema di un tempo, anche nelle forme produttive e nelle grandezze, ha voluto emulare quel passato. Egli è nostalgico anche di questo, e non solo della storia remota di un piccolo paese, Bagheria, alle pendici di Palermo. La nostalgia del cinema, di un’Italia cinematografica potente, di un mondo perduto, dell’infanzia dei padri, della Sicilia fantastica e leggendaria… Per questo Baarìa non può essere rappresentativo dell’Italia cinematografica di oggi, perché è un film “vecchio” che ha prosciugato il “FUS della Medusa” e ha impedito a chissà quanti altri potenziali autori di esordire, di dire la loro, ma sul Paese di oggi, così povera e melensa, accattona e squallida. Pur non volendolo essere, Baarìa è diventato il vessillo della grandezza dell’Italia berlusconiana.
Inutile dire che il cinema italiano aveva un altro grande film a rappresentarlo davvero: Vincere di Marco Bellocchio. Parla di noi ieri e oggi, della nostra indole, delle nostre potenzialità, delle nostre frustrazioni. E lo fa attraverso un linguaggio cinematografico antico e moderno allo stesso tempo, sperimentale e innovatore, con questo uso e abuso della Storia e del privato, dei repertori e della finzione.
Ci sarà invece Baarìa a rappresentare l’Italia, ma quale? Tornatore, perseguendo ostinatamente un sogno ossessivo, si è rinchiuso per troppi anni nel set reale e immaginario di questa sua ossessione per non essersi accorto che il suo sogno è diventato, suo malgrado, una realtà propagandistica, inneggiante alla grandeur della più grande casa di produzione italiana, di proprietà di Berlusconi. E cosa rimane del suo immane sforzo artistico? Molto, perché Baarìa è forse il suo miglior film, ma ci vorrà del tempo per apprezzarlo definitivamente per le sue qualità, non inquinate dalla cronaca e dalla realtà. Baarìa è un monumento alla nostalgia portato con rigore estremo, capace di disancorare il folclore dal suo esotismo per diventare storia orale, leggenda, eroismo inventato.
Dario Zonta
