Stand by me: Salò o le 120 giornate di Sodoma
Pubblicato sotto "Stand by me" il 10 novembre 2009
Una scena tratta da "Salò o le 120 giornate di Sodoma" di P.P. Pasolini
La mia prima adolescenza coincise con la stagione in cui i quotidiani adottarono la strategia d’allegare film in VHS per aumentare le tirature. In casa era da poco arrivato il primo videoregistratore. E io stavo attraversando un periodo di convulsa bulimia filmica. Per me, cinefilo in nuce, il giorno più atteso era il sabato, quando l’Unità, in piena fase di rilancio veltroniano, metteva in vendita insieme al giornale le proprie videocassette. Fu la prima testata a promuovere questa operazione, e a me sembrava fosse quella che lo facesse nel modo più rigoroso. Sicuramente fu quella che lo fece con maggior continuità. Ero autodidatta, guardavo tutto. L’importante era cercare di vedere quanto più possibile. Durante quel processo di apprendimento coatto autoimpostomi non mi avanzava molto tempo per capire perché un film mi piacesse più di un altro. Era come se avessi dovuto rispettare una tabella di marcia, ma in realtà mi muovevo in modo disordinato, caotico. L’assunzione in dosi massicce di materiale cinematografico eterogeneo, però, stava un po’ inibendo il mio gusto e la mia sensibilità.
A scuotermi da questo stato di prematura apatia è stato un trauma, la visione di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini.
Il film, allegato al quotidiano sopracitato, era inserito nella seconda serie degli introvabili. L’uscita era stata preceduta da una campagna di lancio tutta giocata sull’eccezionalità delle’evento: opera “scomoda” ed “estrema”, resa pressoché invisibile ed introvabile dalle volontà censorie. Argomenti di facile presa sull’impressionabilità di un quindicenne. Non conoscevo il cinema di Pasolini. Su di lui sapevo poco, quasi nulla. Le scarse informazioni ricavate, nell’attesa che la videocassetta uscisse in edicola, avevano accresciuto, in modo un po’ morboso, la mia curiosità. Decisi di vedere immediatamente il film. Incoscientemente i miei genitori non mi imposero divieti, mio padre volle soltanto farmi compagnia durante la visione.
Fu quasi insostenibile. Provai, da subito, un disagio fisico. Quelle carrellate, in apertura del film, sui pubi dei ragazzi rastrellati dai soldati Repubblichini, fotografati senza nessun compiacimento, mi fecero presagire l’orrore di cui sarei stato spettatore. Ero del tutto impreparato a gestire la spietata descrizione del Potere fatta dal regista. Un Potere incarnato nei corpi impotenti, flaccidi e cadenti dei quattro Signori, dissacratori e mortificatori della bellezza, capaci di ridere, scherzare, fremere ed eccitarsi di fronte allo scempio della bassezza e della viltà, maniaci necrofili e coprofili. Ma mi era ancora più difficile sopportare la durezza e l’inflessibilità mostrata nel ritrarre le vittime, colpevoli d’accettare passivamente continui abusi, incapaci di solidarizzare nel dolore, isolate nella propria disperazione. Ero atterrito di fronte a tanta crudeltà, mai mi era stata mostrata in maniera tanto chiara e terrificante. Seppur incapace ad afferrare appieno il senso del film, capivo però che quella di cui era stato spettatore non era una violenza gratuita, fine a sé stessa, ma che era parte di un disegno registico più complesso. Nel suo mistero, Salò mi apparve come un’opera difficilmente gestibile, inassimilabile per il circuito spettacolare e le sue logiche rispondenti alle leggi di mercato che vogliono che tutto si trasformi in merce di rapido consumo. Salò è, invece, inconsumabile. Esempio di un cinema che cerca di svegliare nervi e cuore, e di dare una concreata sferzata ai sensi sopiti. L’ultima regia di Pasolini è un di quei film che, per dirla con parole di Fassbinder, liberano la testa.
Matteo Marelli
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Redazione
“Salò” di Pasolini, come ho detto anche nel sondaggio sul cinema “Contro”, è un’opera profondamente sbagliata, che oggi anche alcuni degli estimatori più accaniti del Pasolini regista, non hanno il coraggio di ammettere. A discapito di questo per esempio, mi pare di ricordare che un critico come Goffredo Fofi non apprezzasse affatto l’ultimo film Pasolini. Lo riteneva un’ opera decadente. E aveva ragione. Il miglior Pasolini rimane quello di “Accattone” (che ho rivisto su La7 l’anno scorso, un grandissimo film, non meno indigeribile di “Salò”, ma molto più intelligente e profondo), di “La ricotta”, di “Teorema”. “Salò”, per dirla in breve, è un film davanti al quale lo spettatore si trova come irretito da un senso di forte disgusto emotivo, e non riesce a formulare un pensiero lucido. Questo perchè la visione pasoliniana è una visione imposta e quasi retrograda. Una provocazione che non trova nessun corrispettivo nella realtà, e che si spinge troppo oltre anche come metafora politica. Tutto è preso troppo alla lettera. Pasolini si rendette conto di questo effetto? Forse si, e l’associazione tra il fascismo e “Le 120 giornate di Sodoma” di De Sade non è un colpo di genio, ma forse non è altro che un travaso di bile da parte di un intellettuale che stava vedendo lentamente cambiare l’Italia e non lo accettava.
Ho dimenticato di dire una cosa importante,forse fondamentale: “Salò” è soprattutto un film molto bello, probabilmente uno dei più “belli” di Pasolini, ma di una bellezza estetica puramente cinematografica, Forse “Salò” è davvero cinema puro/impuro che scardina ogni certezza e che riesce a trasformare anche la nefandezza in arte. Non si intravede il genio etico di un Kubrick, la sua distanza siderale, la sua capacità intrinseca di trasformare l’orrido in sublime, di fagocitare millimetricamente l’ordigno della nefandezza in uno strumento per costruire arte, Pasolini non è capace di fare un film per il pubblico e maschera (“riesce” a mascherare) l’inutilità contenutistica del suo ultimo film attraverso questa forma estetica da grande film d’autore, che manca però di un “piacere” di fare cinema che forse non ha mai avuto.
forse è vero che la prima visione di Salò non permette un pensiero lucido. anche per chi, come me, lo ha visto in età adulta e sapendo a cosa andava incontro. però mi permetto di dissentire sul resto del tuo commento.
non riesco a non pensare al contesto in cui Salò nasce. Pasolini aveva vissuto sulla sua pelle un cambiamento importantissimo, ovvero la trasformazione della censura in assimilazione. i suoi ultimi film, mi riferisco soprattutto al Decamerone, avevano addirittura dato vita ad un filone che ne aveva individuato ed esaltato l’aspetto erotico. tutto stava diventando digeribile, fagocitabile e risputabile deprivato del suo petenziale sovversivo. da qui l’esigenza di un film che riuscisse, di nuovo, a rendersi inguardabile. è questo che io amo di quel film, quello che tu hai giustamente individuato come il suo essere “contro”. anche io avevo immediatamente pensato a Salò riguardo al sondaggio (poi ho cambiato idea, ma questa è un’altra storia). quello che non condivido è il resto del tuo commento. perché dici che la sua provocazione non ha nessun corrispettivo con la realtà? per me ne ha molto, invece. con la realtà degli anni ‘70, perché il contesto raccontato in salò è quello degli ultimi colpi di coda di un regime morente. la cui agonia in parte sembra protrarsi anche negli anni ‘70 del terrorismo. qualcosa stava morendo, e Pasolini lo intuiva. e aveva paura di ciò che poteva nascere dalle sue ceneri. ed è attuale ancora oggi: il ritratto di quei giorni in cui, nel chiuso di una villa si consuma la totale adesione al principio di piacere, legato a doppio filo con quello di morte, e con un’inquetante atarassia di fondo, quel convivio di potenti che crea un suo universo, con una sua morale, a me qualcosa ricorda. così come mi ricorda qualcosa quel finto matrimonio, inscenato nella privacy di una villa.
io sento il messaggio di salò attuale e potente. non una provocazione fine a se stessa, ma un attacco più lucido e nitido di quanto l’impatto iniziale possa far apparire. la profezia di Pasolini si è avverata, oggi tutto è digeribile, assimilabile e rimasticabile da una cultura dominante che inquieta, e che vuole convincerci che esistono voci e opinioni contro solo perché si fa della fiacca satira televisiva. Io, di un film così potente e disperato,ne sentirei il bisogno
Dissento. Pasolini era un grande intellettuale e non si era mai abbassato a mostrare il marcio nella società. Aveva sempre conseguito un cinema incentrato sulla poesia. Far mangiare letteralmente la merda in un film significa prendere di petto la metafora e sentirsi troppo dentro al discorso. E comunque, stando a quanto disse Pupi Avati che collaborò alla sceneggiatura del film, Pasolini entrò dentro il progetto di Salò quasi per caso. Avrebbe dovuto fare un film sulla vita di Gesù con Morlon Brando, ma poi il progetto abortì e si gettò a capofitto in questo suo ultimo, tragico in tutti i sensi, film. Anni fa rimuginavo sul fatto che un film così duro potesse avere una qualche qualità. Ma poi ho capito che non c’era nulla da salvare. E col tempo mi sono anche un pò pentito di averlo visto (lo vidi solo perchè molti dicevano che era una pietra miliare).Essere contro Salò non significa essere contro Pasolini, ma contro un’idea nichilismo che porta solo al nichilismo stesso. Perchè non c’è un fondo in Salò, è un incubo infinito in cui i personaggi vengono privati di ogni “diritto” a stare sulla scena. Vedo solo un imbarbarimento dello sguardo. Un fondo cieco di malessere. Che Pasolini sia stato un profeta? Sicuro, ma non con questo film.
Sulla questione filologica e di effettiva appartenenza pasoliniana di Salò si potrebbe discutere parecchio. Io credo che siamo d’accordo sulle premesse del discorso, ma non sulla conclusione. Essere contro Salò non significa essere contro Pasolini, ma dal tuo discorso sembra quasi che amare il cinema di poesia pasoliniano porti inevitabilmente ad essere contro Salò. che, come dici tu, prende decisamente di petto la metafora. ma questo è un male? io credo di no. è vero anche che Pasolini non aveva mai mostrato il marcio della società. o meglio, aveva mostrato quello che comunemente era ritenuto marcio (prostitute, accattoni e ogni genere di realtà marginale) e ne aveva fatto poesia. questa volta guarda dall’altro lato, ed è probabile che in questo caso per lui sia impossibile riuscire a rimettere in atto la sua consueta chiave di lettura. chissà che prima di morire non stesse cercando il suo modo per, come dici tu, affrontare in maniera diretta le sue inquietudini, le sue paure. l’italia degli accattoni e di mamma Roma era già sul viale del tramonto quando lui raccontava certe realtà. e presto sarebbe stata soltanto un vago ricordo. mentre rimaneva l’urgenza di affrontare questioni che di lì a poco avrebbero mostrato a 360 tutto il loro portato drammatico. che la sua conclusione sia un cupo, totale nichilismo? non lo so. il finale secondo me tenta di lasciare uno spiraglio. e fa appello proprio a quella poesia che lui era capace di vedere laddove gli altri vedevano soltanto marciume.
Anni fa, la rivista Segnocinema, nel 134 di luglio-agosto 2005 fece uno Speciale su Salò. Giuseppe Bertolucci intervenne e disse che all’epoca, nel 1975, vedere il film dopo la morte di Pasolini fu uno shock. Non solo per il film in sé che era comunque durissimo, ma ovviamente anche per la morte di Pasolini. Disse che essere contro Salò voleva dire essere un pò anche contro Pasolini. E disse anche che oggi, rivedendolo lo riusciva ad accettare molto più di ieri. C’è poi l’intervento del direttore della rivista, il grande Paolo Cherchi Usai che come al solito spiazza tutti e mette il coltello nella piaga, parlando di un suo caro amico, un cinefilo che di solito guarda molti film, dei più svariati generi, conosce molto bene anche l’horror, ama Pasolini ma si è sempre rifiutato di vedere Salò. Per motivi personali ovviamente. Neanche Pupi Avati lo ha mai visto. La sola decisione di non vedere Salò e continuare ad amare un grande regista come Pasolini è una scelta di fondo che deve far riflettere. Perchè, malgrado un progetto sia molto sentito da un regista, quest’ultimo dovrebbe comunque sapere cosa si può mostrare e cosa non si può mostrare. Forse si tratta di una questione di decenza. Nemmeno Fassbinder con Querelle (capolavoro per me) o Ferreri con La grande abbuffata si erano spinti così in là come ha fatto Pasolini con Salò. Oggi nè Abel Ferrara, nè Lynch (autore di una “cosa” come INLAND EMPIRE), nè tanto meno Cronenberg (autore di film molto violenti ma eccezionali per purezza immaginifica, genialità dell’idea e radicalità del discorso politico come Videodrome, Naked lunch, Crash, eXistenZ) si azzarderebbero mai a girare scene come quelle che ha girato Pasolini in Salò. Il cinema è arte, Pasolini ha girato molti film d’arte, ma quando l’odio prevarica sul mezzo cinema, l’ideologia diventa una missione, allora c’è qualcosa che non funziona, significa che il regista doveva abbandonare quel progetto. Certe cose non si devono mostrare, semplicemente non sono necessarie. E’ molto semplice, il discorso non è complicato. Salò è il Sistema contro il Sistema. E il suicidio estetico/intellettuale di Pasolini. Un film disperato che non interessa, perchè appunto non si ferma davanti all’orrore. Fare film “contro” è giusto e lodevole, ma se si arriva a questo livelli, io direi che per Salò in certi punti si potrebbe anche usare il termine “trash”.
Conosco lo speciale che citi. è quello per il trentennale di Salò, lo consultai facendo ricerche su un altro film, Todo Modo di Elio Petri. che, effettivamente, mi sembra corrispondere di più alla tua descrizione, perché la metafora è molto più diretta (il che non implica, ovviamente, che sia più efficace), l’aspetto grottesco/caricaturale spinto quasi oltre la soglia della tollerabilità ( e sicuramente più vicino, in alcuni momenti, al “trash” di cui parli, seppur stemperato dall’immancabile umorismo di Petri). Io credo che Salò mantenga una sua dimensione poetica. che è diverso da certe concezioni estetizzanti della violenza. più intollerabile e indigeribile delle immagini in sé, dal mio punto di vista, è il messaggio del film. non ciò che si mostra ma ciò che si deduce. nel vederlo, ho provato solo a tratti l’incapacità di sostenerne lo sguardo. ho sentito rabbia, tristezza, ma quella tristezza che non è immedesimazione/compassione per i personaggi. forse è questo che più irrita, a livello inconscio, in Salò, il fatto che la sevizia dei corpi sia vissuta con distacco, senza partecipazione, come un orrore che allo stesso tempo ti impone una sorta di distanza. Io non trovo però che questo sia non necessario, anzi. proprio perché ad arrivarmi è stata la forza del messaggio, più che lo schifo. non ci vedo quella pornografia dello sguardo che mi ha reso odiosi altri film. ma mi rendo conto che queste mie considerazioni entrano nel territorio del soggettivo, e che di conseguenza forse non aiutano a superare l’impasse!
centini, giusto cielo: non comprendi sade. non comprendi pasolini. non comprendi te stesso.