Stand by me: Hiroshima Mon Amour

Pubblicato sotto "Stand by me" il 22 novembre 2009
Una scena tratta da "Hiroshima Mon Amour" di Resnais

Una scena tratta da "Hiroshima Mon Amour" di Resnais

Lei accantona i segreti in angoli lontani, li veste di buio e si appresta a uscire da quella maschera irriducibile d’amante, mettendosi in tasca le penultime cicatrici. Lui rinchiude il cuore nel sacrificio degli altri muscoli, spegne le finestre, i ricordi, lampi che affiorano qua e là e si bruciano sul davanzale, nel lavoro del silenzio che ammutolisce la rabbia delle emozioni. La loro storia non fa altro che mischiarsi a mostri che sopravvivono in superficie, stelle cadenti bombardate di giorno, quando nessuno si accorge che sono loro a cadere per prime. L’amore, è vero, l’amore. E quella città che sorride, perdendo i denti, uno a uno, con peli che si spezzano dalle nuvole appese ai camini e un cielo con le stampelle che striscia ai piedi di uno sporco tramonto a forma di fungo. L’odio cammina, anzi no, corre, scavalcando con chilometri di puzze e sentimenti, due fossili umani ammanettati di passione, spaziosi di ferite e feriti nello spazio, spietati a non scomparire mai. Ma l’amore, è vero, l’amore.

La telecamera ricerca l’identità di quelle mani che preferiscono la bocca al corpo, si stringono sulla testa, disegnano un cerchio materiale di capelli e carezze, riscendono fino agli occhi e diventano lacrime. Primo piano. E poi quei volti bianchi, come congelati da un freddo inutile, si sdraiano sui letti delle loro ombre, a guardare dall’alto la terra, quella porzione invisibile di mare che li ammazza di sabbia, mentre fanno l’amore, la guerra, o tutte e due le cose insieme. E si raggiungono, si perdono, nascondendosi nella luce della saliva; e parlano, muti, tenendosi le dita impresse nella pelle a portata dei baci, con la traccia umida della lingua che ha troppa furia per saltare ancora il pasto. Così la telecamera li stringe, li racchiude, li conserva per non far finire l’immagine e il loro immaginario, li consuma d’inchiostro bianco e nero. Ma non c’è niente al di là del corpo, dei corpi, esauriscono il fuori campo e spezzano una durata. Sono loro il Tempo che ritorna in vita. Ed è questa memoria con la data di scadenza prestabilita che cambia geografia del cuore, ne sradica confini occidentali e frontiere orientali, rovistando nel suo planetario distante, rimorsi e rimpianti come vuoti letti d’ospedale e insegne senza segni. In un crescendo di battito di labbra che, come ali, rimpinzano l’assenza di voli con l’ultimatum degli abbracci, questo vuoto ci procura le destinazioni di due eternità che girando in tondo, urlandosi l’arrivo della speranza di poter ancora stare insieme. E tutto il resto è un sussulto che si muove piano, scandendo nel gioco dell’aria, una piccola sentenza a forma di tuono e perfetto dolore, nell’inane verso d’amore che conta appena quattro sillabe. Hi-ro-shi-ma.

La vena tagliata a forma di ricordo – Hiroshima mon amour (Resnais)– G.C.

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Redazione

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