Speciale Torino Film Festival 2009: Oil city confidential/Neil Young Trunk Show
Pubblicato sotto "Torino Film Festival 2009" il 17 novembre 2009Il programma del Torino Film Festival ha offerto le due nuove pellicole di Jonathan Demme e Julien Temple, rispettivamente Neil Young Trunk Show e Oil city confidential. I due film ci danno l’occasione per riflettere su due diversi (eccellenti) modi di visualizzare e narrare la musica.
OIL CITY CONFIDENTIAL
UK 2009 (Julien Temple, HD, 106′, col.)
Julien Temple è autore di grandi capolavori del genere come Sex Pistols – Oscenità e furore e Il futuro non è scritto – Joe Strummer.

Nell'immagine, il gruppo dei Dr. in "Oil City Confidential"
Oil city confidential racconta la breve stordente carriera dei Dr. Feelgood, verace “pub rock” band che dal brullo industriale paesaggio dell’Essex portò una ventata di aria malsana nel rock pieno di lustrini degli anni ‘70, influenzando poi lo stesso punk raccontato dal regista nei film sui Sex Pistols e su Joe Strummer, di cui costituisce una sorta di prequel. Temple, come di consueto, incastona il fenomeno musicale nel contesto storico, culturale e, soprattutto, fisico del periodo. Il luogo da cui si genera tutto è Canvey Island, un’isola, che “forse non è un’isola”, sull’estuario del Tamigi dove quattro sporchi, beceri ragazzi figli delle raffinerie cominciano a suonare portando con sè i propri vestiti da lavoro (da avvocato, meccanico, disoccupato…) fottendosene dello stile, quindi creandolo. “Se chiudevi gli occhi, sembrava di stare nel Mississippi”, racconta Wilko Johnson, il chitarrista e co-leader della band. Riadattando le radici del blues, i Dr. Feelgood creano nuove musicalità da comunicare, con un procedimento artistico che accomuna la band all’opera del regista. Temple, infatti, mostra le industrie petrolifere, l’Essex inquinato, non indugia nel compiacimento, sa chiudere gli occhi e vagheggiare sulle rive del Mississippi, dar vita cioè a immagini dove a volte ci sono solo brandelli personali di memoria. Il cinema di Temple, in questo e in altri esempi, è un riff prolungato su documenti rielaborati, risonorizzati; è il tentativo di capire perché, a un certo punto e in un certo posto, si sente il bisogno di fare musica (cinema) e vi si riesce. E il racconto che si snoda in Oil city confidential è inevitabilmente rivolto ad un passato riletto creativamente con ogni mezzo illecito di oggi: il passato come memoria personale del chitarrista, ormai adulto, che serenamente si apre alla narrazione; il passato, essenzialmente, come memoria artistica, debito della storia della musica per chi si è perso “nelle raffinerie della storia”, lasciando comunque il proprio segno (come debito artistico era anche, di altra natura, quello di Scorsese per i Rolling Stones in Shine a Light). Alla fine della pellicola il regista sceglie di mostrarci Wilko, solo, nella sua oleosa Canvey Island, steso sul proprio letto di fronte a pianeti e stelle elettroniche prodotte da un apposito software sullo schermo di un televisore al plasma. Dopo tour in tutto il mondo, successi e infine cadute, Wilko e Temple ci rimembrano quanto siano la coscienza della propria provenienza, del proprio letto di casa e del fango delle fabbriche con cui si giocava da bambini ad essere il luogo di elezione di ogni spettatore, regista, musicista che punta a rimirar le stelle.
NEIL YOUNG TRUNK SHOW
USA 2009 (Jonathan Demme, HD, 83′, col.)
Jonathan Demme ha realizzato vari film-concerto durante la sua eclettica carriera, tra cui Stop making sense, su un concerto dei Talking Heads, considerato da molti il più riuscito tentativo di ideare le riprese di un concerto live come un’opera complessiva che trascenda la mera riproposizione accurata dell’evento.

Nella foto, N. Young in "Neil Young Trunk Show" di J. Demme
Neil Young Trunk Show: Scenes From a Concert è il suo secondo film sull’amico Neil Young dopo Neil Young: Heart of Gold. Gli ultimi lavori di Demme racchiudono, a nostro parere, tra le più esatte e interessanti idee di cinema del panorama odierno. Demme si trova a proprio agio con il digitale, come se esso permettesse di rendere meglio il senso della vita vissuta, della concretezza delle cose. Lo si è visto con Rachel getting married, uno dei più bei film della passata stagione, in cui dalla potenziale convenzionalità del soggetto Demme riusciva a far deflagrare squarci di tangibile verità. Da qui, probabilmente, emerge la sua passione per il rockumentary, esplorato in diverse fasi della sua carriera, in cui la sfida è proprio quella di mantenere, nella riproduzione cinematografica, il più possibile intatta la componente live, di emozioni e traspirazioni, dei grandi concerti. Si comprende, insomma, la sua esigenza artistica e affettiva di raccontare le emozioni di un concerto e di un amico, scevre, a differenza dell’opera di Temple, di un contesto che si erga a personaggio. Per quanto riguarda quest’ultimo lavoro, rimane solamente il dubbio, nonostante l’indubitabile forza creativa e filologica del prodotto finale, che corpo e voce non si riescano del tutto ad imprimere nella grana del digitale (o della pellicola), dove invece nel citato film di finzione Rachel getting married era proprio il pulviscolo dei pixel e l’immediatezza del mezzo a far intendere un surplus irriducibile, eppure vivo, presente, cinematografico.
Mimmo Gianneri
Alohi. Mi zer novazo. http://jestormani.net