[ Genova ]
La storia – Dopo la scomparsa della madre in un incidente d’auto, le sorelle Kelly e Mary lasciano gli Stati Uniti per trascorrere un anno in Italia, dove il padre Joe ha ottenuto un lavoro come professore presso l’Università di Genova. Ma Mary, la più piccola, vede la madre morta per i vicoli della città vecchia.
L’ultimo lavoro di Winterbottom sembra un film fatto di niente. Forse convenzionale. Un film che mette in scena il dolore di una famiglia disgregata, evita le trappole del sentimentalismo, racconta il rapporto padre/figlie con onestà e giusta partecipazione. Per avere qualche indizio su cosa davvero interessa all’autore inglese bisogna ripensare alla sequenza iniziale: le due ragazze sono sedute sul sedile posteriore della macchina, si coprono gli occhi e giocano a indovinare il colore delle macchine in arrivo.
I colori. Forse è questa la chiave per leggere Genova, che come ogni pellicola inglese ambientata in Italia è un luogo privilegiato per capire meglio come ci vedono “gli altri” e come lo sguardo che gli stranieri gettano sul Belpaese ricompone o scompone l’immagine della nostra identità. La mdp del regista parte dai paesaggi innevati di una Boston invernale, sorvola gli oceani, atterra in Liguria e getta il suo occhio nel reticolo intricato dei vicoli di Genova. E dentro le viscere di una delle città più antiche del mondo, Winterbottom vede ciò che tutti gli stranieri vedono: l’arte, lo splendore dell’architettura, la cultura, il pesto. Il consueto repertorio del mercatino italiano. Ma vede anche qualcos’altro. La morte dappertutto. La città è sporca, puzzolente, piena di topi e spazzatura. I palazzi cadono a pezzi, il centro storico è fatiscente e affollato. Nei crocicchi delle strade appassiscono i fiori lasciati in onore dei defunti, le chiese sono piene di candele accese per ricordarli. Gli affreschi celebrano il martirio dei santi. Persino il rito della spiaggia ha qualcosa di inquietante: l’ozio sotto il sole, i colori insostenibili, il frinire delle cicale in un pomeriggio estivo. L’eccesso (dei colori, dei suoni, della bellezza, se proprio vogliamo) satura ogni passaggio di tempo, rendendo la vita qualcosa di tangibile e concreto di cui si sente il passare lento, ozioso, insopportabile. Forse per questo nel film non succede quasi niente. Piccoli gesti, una quotidianità da reinventarsi in una città straniera, il dolore della perdita e le bugie che ci si racconta per continuare a vivere. Per Winterbottom l’elaborazione del lutto è solo un giocare a nascondino con il proprio dolore. E trova in Genova il set perfetto per mettere in scena l’inseguimento e la fuga dalla sofferenza. Genova è un’opera in cui i personaggi non fanno altro che camminare, sempre in procinto di perdersi: cunicoli, stradine, soprelevate, sovrapposizioni, fughe e labirinti dove qualcosa, o qualcuno, appare e scompare nel momento di un attimo. Genova, città di fantasmi.
Silvia Colombo
