Dedicato ai superflui
Pubblicato sotto "Crossroad" il 24 novembre 2009
Il livello dello scontro si sta alzando. E quello delle immagini è sempre più il terreno strategicamente nevralgico in cui esso si articola, si definisce e si risolve. Fino a ieri, a dircelo erano soprattutto – se non esclusivamente – i cineasti. Erano Clint Eastwood (Flags of our fathers), Paul Haggis (Nella valle di Elah), Brian De palma (Redacted), ma anche Paolo Sorrentino (Il Divo) o Marco Bellocchio (Vincere) a usare tutta la residua potenza drammaturgica del mezzo cinematografico per insegnarci come le immagini fossero orami divenute, al contempo, la causa, lo strumento e talora persino il fine dello scontro di potere. Ma da qualche settimana a questa parte, proprio in Italia (che si rivela a volte un laboratorio capace di anticipare ciò che altrove si manifesta solo più tardi…) la posta in gioco si è alzata ulteriormente: la diffusione mediatica del videoricatto all’ex Governatore della Regione Lazio e del video-ritratto dell’esecuzione camorrista in una via di napoli dimostra come le immagini non siano più semplicemente il territorio simulacrale o l’artefatto visuale in cui il conflitto si rappresenta o si mette in scena, ma siamo oramai di fatto – molto più radicalmente – lo strumento stesso del conflitto se non addirittura il suo detonatore. I video in questione non sono l’impronta o la traccia di uno scontro che si è svolto o si sta svolgendo altrove. Sono piuttosto parte integrante di un conflitto, che in essi trova la sua sostanza e forse persino il suo senso. Ma che resta da fare allora alla critica, abituata a esercitare le sue virtuose intuizioni testuali, in un contesto “bellico” come quello che si è cercato di delineare? meglio; cosa possono fare le armi della critica in un tempo in cui l’oggetto su cui essa si dovrebbe esercitare diventa di fatto, a sua volta, un’arma? Provate a leggere il numero di duellanti che avete tra le mani tenendo presente questo interrogativo di fondo. Vi aiuterà a capire meglio la nostra cronica e malinconica impotenza, ma anche – forse – la nostra orgogliosa, inattuale e perciò stesso attualissima superfluità.
Gianni Canova