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	<title>Commenti a: Tra le nuvole</title>
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	<description>Rivista di cinema e...</description>
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		<title>Di: peter pasquer</title>
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		<dc:creator>peter pasquer</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 00:52:07 +0000</pubDate>
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		<description>Scegli un argomento spinoso, da talk-show, e fanne un film che stimoli col dibattito anche il passaparola. Sembra essere questa la formula preferita di Jason Reitman. Se “Thank you for smoking” e il tanto (troppo?) acclamato “Juno” affrontavano rispettivamente la questione tabagifera e quella relativa all&#039;aborto, con “Tra le nuvole” tocca alla precarietà (non solo lavorativa) farla da padrona. Con qualche limite, allorché, abbandonate le premesse della prima parte, ci si accorge che “Tra le nuvole”, annacqua il tema scottante della perdita del lavoro sterzando su percorsi prevedibili e rassicuranti. C’è l’avventura amorosa che spinge perché diventi qualcosa di più serio, c’è la ragazza in carriera (cinica solo in apparenza) bisognosa di un mentore, c’è il ritorno a casa, alla famiglia, la necessità di avere comunque un approdo sicuro dopo tanto viaggiare. Tutti aspetti affrontati e risolti in modo da non scontentare il pubblico, sì con buon ritmo e attenzione nei dialoghi, ma senza un’originalità tale da renderli memorabili. A conferma di quanto detto, la solita questione “matrimonio sì/matrimonio no”, fonte di schermaglie utili a manifestare l’avversione del protagonista verso la vita di coppia, viene sviluppata diluendo il cinismo di fondo con una presa di coscienza troppo rapida e in odor di sentimentalismo. E’ come se, ad un certo punto, per Reitman contasse di più recuperare la simpatia del personaggio, la sua celata positività, piuttosto che infierire su quegli aspetti che fanno di un “tagliatore di teste” del genere un vero e proprio pezzo di merda (l’imprecazione è suggerita dalla voce off di Clooney). Non solo. Alla fine Bingham risulta persino un benefattore. Con buona pace dei tanti licenziati che, relegati sullo sfondo della trama, danno al film solo una spicciola connotazione sociologica utile per chi, fuori dalla sala, vorrà cimentarsi col consueto dibattito caro al regista.
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		<content:encoded><![CDATA[<p>Scegli un argomento spinoso, da talk-show, e fanne un film che stimoli col dibattito anche il passaparola. Sembra essere questa la formula preferita di Jason Reitman. Se “Thank you for smoking” e il tanto (troppo?) acclamato “Juno” affrontavano rispettivamente la questione tabagifera e quella relativa all&#8217;aborto, con “Tra le nuvole” tocca alla precarietà (non solo lavorativa) farla da padrona. Con qualche limite, allorché, abbandonate le premesse della prima parte, ci si accorge che “Tra le nuvole”, annacqua il tema scottante della perdita del lavoro sterzando su percorsi prevedibili e rassicuranti. C’è l’avventura amorosa che spinge perché diventi qualcosa di più serio, c’è la ragazza in carriera (cinica solo in apparenza) bisognosa di un mentore, c’è il ritorno a casa, alla famiglia, la necessità di avere comunque un approdo sicuro dopo tanto viaggiare. Tutti aspetti affrontati e risolti in modo da non scontentare il pubblico, sì con buon ritmo e attenzione nei dialoghi, ma senza un’originalità tale da renderli memorabili. A conferma di quanto detto, la solita questione “matrimonio sì/matrimonio no”, fonte di schermaglie utili a manifestare l’avversione del protagonista verso la vita di coppia, viene sviluppata diluendo il cinismo di fondo con una presa di coscienza troppo rapida e in odor di sentimentalismo. E’ come se, ad un certo punto, per Reitman contasse di più recuperare la simpatia del personaggio, la sua celata positività, piuttosto che infierire su quegli aspetti che fanno di un “tagliatore di teste” del genere un vero e proprio pezzo di merda (l’imprecazione è suggerita dalla voce off di Clooney). Non solo. Alla fine Bingham risulta persino un benefattore. Con buona pace dei tanti licenziati che, relegati sullo sfondo della trama, danno al film solo una spicciola connotazione sociologica utile per chi, fuori dalla sala, vorrà cimentarsi col consueto dibattito caro al regista.</p>
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