[ Tra le nuvole ]
La storia – Ryan ha uno strano lavoro che ama alla follia: girare per gli Stati Uniti e licenziare dei perfetti sconosciuti per conto di pavidi direttori. Ma le innovazioni tecnologiche turbano il suo inconsueto equilibro.
Reitman è il regista dei figli di puttana. Dopo il Nick di Thank you for smoking ecco un nuovo personaggio sui generis, questa volta interpretato da un Clooney enormemente a suo agio. Ryan Bingham è un “licenziatore”, un mercenario che fa il lavoro sporco al posto degli altri. Un uomo perennemente in viaggio e rigorosamente con un solo bagaglio a mano. Licenziare non lo eccita, lui ama ciò che circonda lo scopo finale per il quale è stato chiamato. Quando il suo lavoro rischia di perdere la componente del viaggio a causa di Internet, Ryan va in crisi, cerca stabilità, cerca di tornare con i piedi per terra dall’up in the air dove ha vissuto fino a quel momento. Ma, sotto sotto, è ancora lo stronzo di prima.
Tra le nuvole è una commedia scorretta, acida, pungente. Un film di cui l’America della Crisi ha viscerale bisogno. E, se non fosse chiaro, l’ennesima conferma di quanto Reitman sia capace di trasformare una figura odiosa in un vero figo.
Lorenzo Mosna

Scegli un argomento spinoso, da talk-show, e fanne un film che stimoli col dibattito anche il passaparola. Sembra essere questa la formula preferita di Jason Reitman. Se “Thank you for smoking” e il tanto (troppo?) acclamato “Juno” affrontavano rispettivamente la questione tabagifera e quella relativa all’aborto, con “Tra le nuvole” tocca alla precarietà (non solo lavorativa) farla da padrona. Con qualche limite, allorché, abbandonate le premesse della prima parte, ci si accorge che “Tra le nuvole”, annacqua il tema scottante della perdita del lavoro sterzando su percorsi prevedibili e rassicuranti. C’è l’avventura amorosa che spinge perché diventi qualcosa di più serio, c’è la ragazza in carriera (cinica solo in apparenza) bisognosa di un mentore, c’è il ritorno a casa, alla famiglia, la necessità di avere comunque un approdo sicuro dopo tanto viaggiare. Tutti aspetti affrontati e risolti in modo da non scontentare il pubblico, sì con buon ritmo e attenzione nei dialoghi, ma senza un’originalità tale da renderli memorabili. A conferma di quanto detto, la solita questione “matrimonio sì/matrimonio no”, fonte di schermaglie utili a manifestare l’avversione del protagonista verso la vita di coppia, viene sviluppata diluendo il cinismo di fondo con una presa di coscienza troppo rapida e in odor di sentimentalismo. E’ come se, ad un certo punto, per Reitman contasse di più recuperare la simpatia del personaggio, la sua celata positività, piuttosto che infierire su quegli aspetti che fanno di un “tagliatore di teste” del genere un vero e proprio pezzo di merda (l’imprecazione è suggerita dalla voce off di Clooney). Non solo. Alla fine Bingham risulta persino un benefattore. Con buona pace dei tanti licenziati che, relegati sullo sfondo della trama, danno al film solo una spicciola connotazione sociologica utile per chi, fuori dalla sala, vorrà cimentarsi col consueto dibattito caro al regista.