Stand by me: Titanic
Pubblicato sotto "Stand by me" il 1 ottobre 2009
L. DiCaprio e K. Winslet in "Titanic"
Avevo circa 16 anni quando al cinema uscì Titanic, ma la DiCaprio-mania imperversava già da un pezzo a scuola. Tutte noi avevamo almeno un poster di quello che allora era, a tutti gli effetti, un teen-idol, per quanto anomalo, e guai ad esprimere pareri divergenti di qualunque genere: significava, nella migliore delle ipotesi, ricevere uno sguardo di compatimento, e l’essere tagliata fuori dalla conversazione per almeno mezz’ora, nella quale potevi riflettere sulla tua imperdonabile leggerezza. Ricordo che, con la scusa che sempre di Shakespeare si trattava, facemmo in modo che nelle poche ore scolastiche che venivano dedicate alla visione di un film dal valore educativo, fra uno Schindler’s List e un Satyricon, venisse fatta anche una proiezione di Romeo+Juliet. Si sprecavano, neanche a dirlo, sospiri e pianti, nonostante l’ovvia mancanza di un colpo di scena finale. Perciò, immancabilmente, il primo giorno di proiezione nelle sale di Titanic mi ritrovai in coda, fuori dal cinema, con le mie amiche. La fila era una di quelle che si vedono raramente, l’attesa spasmodica. Per nostra fortuna c’era un’usanza, non so se tipicamente “terrona” o condivisa anche più a nord, per la quale ci si poteva sedere anche sui gradini laterali e centrali della sala, in barba ad ogni norma di sicurezza. Si pagava, neanche a dirlo, prezzo pieno. Ma ritenni di poter sottostare a quello che non esiterei, adesso, a definire un approfittarsi della mia momentanea infermità mentale, solo per Leo. Di quelle tre lunghissime ore ricordo, oltre alla scomodità, l’assoluto coinvolgimento. Io e le mie amiche eravamo l’attrazione di due-tre file di spettatori paganti e regolarmente seduti sulle loro poltrone, tanto singhiozzavamo forte. Credo che qualcuna di noi urlò anche un “noooo” di fronte ad un DiCaprio ibernato come una coscia di pollo nel freezer. Quando mio padre venne a prenderci, all’uscita del cinema, si trovò di fronte tre adolescenti in lacrime, ancora disperate a mezz’ora dalla fine del film. Dopo un iniziale ‘a ccu ci cianci? , che tradotto sarebbe “perché piangi?”, a ‘mo di sfottò, decise di non infierire, e ci lasciò al nostro dolore ed alla nostra indignazione per tutto il tragitto, cosa che non ci impedì di andarlo a rivedere al cinema una seconda volta (questa, almeno, sedute in poltrona). A ricordarmi di quel pomeriggio di un giorno da teen-ager mi rimangono una locandina ripiegata che ho ancora in un cassetto, e la mia coinquilina, che questa fase non l’ha ancora superata visto che quando danno Titanic in tv inizia a piangere già dai titoli di testa. La morale, invece, forse si potrebbe trarre da un altro film. Che si tratti di adolescenti pazze di Robert Pattison, signore in adorazione di George Clooney, o delle più intellettuali estimatrici di Sean Penn, forse noi tutte siamo vittime di quella “cospirazione” che passa attraverso il cinema e di cui parla la protagonista di Minnie and Moskowitz: They [movies] set you up to believe in ideals, and strength and good guys and romance – and, of course, love.
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Chiara Grizzaffi