Speciale New Docu Martini: Pinuccio Lovero. Sogno di una morte di mezza estate

Pubblicato sotto "premio new doc martini 2009" il 19 ottobre 2009

Nella foto, il protagonista Pinuccio Lovero

Nella foto, il protagonista Pinuccio Lovero

Pinuccio Lovero, quarantenne pugliese, fin da bambino sogna di fare il becchino, o meglio «il custode a livello cimiteriale». Quando finalmente viene assunto presso il cimitero di un piccolo comune nei pressi di Bitonto, in paese non muore più nessuno. Pinuccio, fiducioso, aspetta.

Il documentario di Pippo Mezzapesa, presentato a Venezia nel 2008 nella Settimana della critica e vincitore di una menzione speciale al premio Martini 2009, incede brioso come una marcetta tra la processione e i fuochi d’artificio e presenta il suo protagonista con i toni spassosi del folclore locale: un po’ factotum e un po’ matto del villaggio, Pinuccio, con la sua stravagante aspirazione di becchino, innesca un rovesciamento degno di uno scherzo di carnevale: «Se non muore qualcuno, qui non si campa», è la sua lucida presa di coscienza. L’analisi, oltre al piano letterale, può avere anche una lettura allegorica, in riferimento alla smaccata inversione dei nessi causa-effetto. Nella sua candida e universale ricerca di senso, infatti, Pinuccio sembra aver trovato la propria personale soluzione proprio partendo dal fondo, ponendo la morte al principio, facendone di fatto la sua ragione di vita e il motore dei suoi sogni. Del tutto estraneo a qualunque nichilismo o necrofilia, Pinuccio è saldamente attaccato alla vita e pienamente integrato in un piccolo mondo arcaico dove la morte è ancora un rito, un momento di elaborazione sociale che coinvolge l’intera collettività, cui nel film danno voce la schiera degli anziani e il complesso bandistico.

Invitato a confidarsi in merito al rapporto con i propri morti, a fare i conti con la perdita privata dei propri affetti, però, Pinuccio rivela tutta la fragilità e la perdita di senso che tale esperienza porta con sé: egli oscilla tra la tentazione di rimuovere il dolore, evitando di vedere il corpo esanime dell’amico morto sul lavoro, e l’abbandono alla malinconia dolce e persistente del figlio che ha perso la madre ed esprime il desiderio di poterla vedere in sogno, per cercare di lenire un’assenza contro cui nulla può nemmeno la foto sulla lapide.

Elena Gipponi

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