Speciale New Docu Martini: Signori Professori
Pubblicato sotto "premio new doc martini 2009" il 13 ottobre 2009

Una scena tratta da "Signori Professori" di M. Delpero
Tre insegnanti di lettere per un intero anno scolastico: la prof. Bentini, neolaureata supplente precaria, in una prima media di Bologna; il prof. Tulipano, palermitano, in una prima superiore di Bolzano; la prof. De Fazio, all’ultimo anno prima della pensione, in una classe da preparare alla maturità, a Napoli.
Nel primo lungometraggio dell’insegnante e regista Maura Delpero, gli abbinamenti tra classi e insegnanti, di fatto fortuiti e frutto della burocrazia acefala di provveditorati e graduatorie, rivelano in realtà una trama di corrispondenze e contrappunti fatali, come se ogni insegnante fosse idealmente complementare ai propri studenti: la prof. 28enne carica di idee e di energie si sente vecchia e frustrata di fronte ai suoi undicenni imbranati e senza immaginazione; il prof. palermitano burbero e un po’ misantropo per via dell’esilio altoatesino viene forzato dalle maliziosette alunne adolescenti a rispondere alla domanda: «Ma lei ci vuole bene?»; l’ormai anziana prof. di italiano tiene a bada studenti maturandi già uomini, cui i banchi stanno stretti e che la sostengono lungo un sentiero scosceso durante la gita nei pressi delle sacre sponde di Zacinto.
Il titolo del documentario allude al Signori bambini di Pennac e sostituisce al rovesciamento di prospettiva tra bambini e adulti quello tra i ruoli di docente e discente. Come già ne La classe di Cantet, tale rapporto è raccontato con discrezione a partire dall’aula, attraverso i primi piani furtivi di visi assonnati, distratti o spauriti, immersi in un rimbombo talvolta stordente di voci sovrapposte. Nel moto incessante di ridefinizione delle parti, i signori professori sottopongono a giudizio il proprio stesso operato: se, come sostengono con candore i giovanotti napoletani, la scuola è solo un gioco, una specie di simulazione in attesa di accedere al «mondo vero», la prof. De Fazio, a mo’ di testamento di fine servizio, si augura di aver trasmesso loro l’umanità necessaria per affrontare quel mondo, prima e al di là di qualunque bagaglio conoscitivo, come se l’unica funzione residua dell’insegnamento fosse la negoziazione delle identità e degli affetti.
Elena Gipponi
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