Southland

Pubblicato sotto "Serialmente" il 11 ottobre 2009
Un'immagine tratta dalla locandina di "Southland"

La locandina di "Southland"

È di pochi giorni fa la notizia che la NBC ha deciso di cancellare la seconda stagione di Southland. Al momento, paiono dunque chiudersi dopo soli sette episodi le vicissitudini di un gruppo di agenti e detective della polizia di Los Angeles. Ed è un vero peccato, perché quei miseri sette episodi, andati in onda negli USA prima dell’estate, avevano creato aspettative altissime. Lontano dai crime chiusi e positivisti stile CSI, Southland si riallaccia idealmente a The Wire, serie di culto che all’investigazione pura preferiva l’approfondimento nella vita di malavitosi e poliziotti. Una volontà di scavare che in Southland è resa emblematica da un uso sapiente della profondità di campo: spesso del tutto ignorata in ambito televisivo, in Southland la profondità riesce a dare un segno visivo alla volontà di sovrapporre storie e piani di racconto. Il primo piano e il fondo dell’inquadratura sono territorio di scambio abitato da agenti semplici, sommersi da una precarietà esistenziale originata da ciò che vedono chiamata dopo chiamata, e detective, stretti tra il richiamo della carriera e i difficili equilibri interiori e relazionali. A livello visivo, ciò che colpisce maggiormente è però la fotografia: la Los Angeles che ci viene mostrata dal parabrezza delle auto di servizio è una città fredda, lontana e fondamentalmente impalpabile. Una città che pare incapace di vivere ciò che succede tra le proprie strade, un luogo distaccato che finisce per imporsi come una sorta di osservatore esterno. Southland finisce così per essere al centro di una doppia visione, attuata da figure profondamente differenti: da un lato lo spettatore, dall’altro Los Angeles. In mezzo le storie e i personaggi, condannati a un’inevitabile sconfitta per manifesta inferiorità ontologica.

Marco Villa

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