La labilità dell’immagine: Studio Aperto e il caso tsunami

Pubblicato sotto "Indignatoio, Redacted" il 1 ottobre 2009
Nella foto, L. Kulešov

Nella foto, L. Kulešov

Conoscete il cosiddetto esperimento di Kulešov? Nel 1918 il regista russo Lev Vladimirovič Kulešov – per dimostrare la grande importanza che il montaggio ha all’interno del film – effettuò un importante esperimento. Da un vecchio film dell’epoca zarista catturò un primo piano inespressivo dell’attore principale, che affiancò a tre inquadrature diverse: una scodella di zuppa, un cadavere disteso e infine una donna nuda. Gli spettatori – partecipanti all’esperimento – interpretarono ogni accostamento viso-oggetto come un diverso stato d’animo dell’attore: accostato alla scodella di minestra, il viso esprimeva “fame”, accostato al cadavere, il viso esprimeva grande tristezza, accostato, infine, alla donna nuda, il viso esprimeva eccitazione. Con questa esperienza, Kulešov dimostrò che un piano isolato non ha nessun senso, ma assume significato da ciò che lo segue o lo precede. Lo spettatore prova, infatti, sempre a stabilire un legame logico tra due inquadrature che si succedono e che non hanno necessariamente un legame diretto.

Ma qual è il legame tra Kulešov – dei lontani anni Venti – e il servizio dedicato allo tsunami di Studio Aperto di ieri? A seguito della notizia del disastroso cataclisma che ha devastato l’Isola di Samoa, la redazione del tg di Italia Uno ha offerto al suo pubblico un video amatoriale che – a loro detta – ritraeva gli attimi di panico e distruzione che hanno caratterizzato Samoa in quei fatali momenti. Immagini di devasto, vento, acqua, gente che fugge, che si ripara sotto tendoni di plastica. La giornalista commenta il video affermando che le persone ritratte in quelle immagini erano turisti in cerca di riparo, terrorizzati dalla furia distruttiva dell’acqua e del vento. Una situazione da apocalisse, come lecito aspettarsi in un contesto del genere. E poi, la quiete dopo la tempesta. Si contano i danni, si osserva ciò che la forza della natura è stata capace di generare.

…peccato però che il video utilizzato da Studio Aperto non fossero altro che delle riprese effettuate a Mestre, durante il nubifragio che sconvolse l’Heineiken Jammin’ Festival di qualche anno fa e non un video proveniente da Samoa. Ma cosa c’entra questo discorso con Kulešov? Pensateci, il procedimento è proprio lo stesso: seppur non ci sia esclusivamente un accostamento visivo, la voce di commento che accompagna le immagini “fa credere” allo spettatore che quello che sta vedendo sono le immagini dell’Isola di Samoa. Ma non solo: il video incriminato viene collocato prima delle immagini reali (anche se su questa terminologia avrei qualche legittimo dubbio) che mostrano i danni provocati dallo tsunami a Samoa. Un montaggio, un semplice accostamento tra due inquadrature e tra audio e video per sconvolgere e trasformare il senso delle immagini.

Sono questi tristi esempi propinati dalla televisione a farci comprendere la grande labilità dell’immagine, oggetto che può essere modificato, deturpato, riscostruito, desemantizzato e risemantizzato. Sul motivo dell’operazione lasciamo il beneficio del dubbio, ma questo è un’ulteriore dimostrazione del fatto che le immagini possono ingannare più di quanto si crede. A partire dai servizi giornalistici che dovrebbero rappresentare la verità.

Fabrizia Malgieri

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