[ Ghost Town ]

La storia – Bertram Pincus è un dentista misantropo e scorbutico che, sotto anestesia totale durante una colonscopia, viene dichiarato clinicamente morto per una manciata di minuti. Quando riprende conoscenza scopre, suo malgrado, di poter parlare con i fantasmi…

La storia del cinema è ricchissima di titoli appartenenti al genere dei ghost movies. Ultimo esempio è il film di David Koepp, commedia che propone un’ennesima, e tutto sommato mediocre, variazione sul tema. Protagonista è l’acido e asociale dottor Pincus, il quale finisce per essere perseguitato per tutta New York da una folta e agguerrita schiera di ectoplasmi in cerca di aiuto per risolvere le questioni ancora pendenti con amici, parenti e amanti. Quella di Ghost Town è una galleria di spettri dispettosi, stravaganti e irriverenti che ricordano il dibbuk della tradizione ebraica, un’anima a metà strada tra la terra e il cielo, inquieta a causa di una morte violenta, costretta a vagare nel mondo in attesa di redimersi con il passatempo prediletto di tormentare i vivi. Rispetto al Cristianesimo, nell’Ebraismo gli spiriti sono entità meno diffuse e conosciute, ma quando compaiono sono più moleste e frenetiche. La città fantasma del titolo è una Manhattan crepuscolare, raffinata, ironica e onirica, ben fotografata da Fred Murphy e capace di richiamare non solo Woody Allen, ma anche l’anima gotica di Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York. Tuttavia, nonostante l’ambientazione e la convincente caratterizzazione di alcuni personaggi, il film non riesce a mantenere fino in fondo la propria vocazione dissacrante. In tal modo il dentista è tanto più amabile quanto più si comporta da bastardo, mentre infastidisce la successiva folgorazione da salvatore delle anime in pena. Sembra che Koepp sia stato sopraffatto dalla storia d’amore tra il dottor Pincus e la bella vicina e dalla volontà di concludere la vicenda con un happy end. La storia così tralascia le gag sottili, facendo naufragare la dimensione comica nel banale romanticismo e in un finale espiatorio in cui il reprobo protagonista si trasforma nel boyscout dei fantasmi. E neanche la goffa fisicità di Gervais, supportata da un’aridità dickensiana e da uno humour spiazzante, ne rende totalmente credibile il personaggio.

Valentina Torlaschi

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