Dedicato a chi non ha paura di andare a vedere

Pubblicato sotto "Crossroad" il 28 ottobre 2009

editoriale57C’è una pagina molto bella, in Vita di Galileo di Bertolt Brecht, in cui i Padri della Chiesa, inviati dallo scienziato a guardare dentro il suo cannocchiale per verificare di persona la veridicità delle sue scoperte, rifiutano cortesemente ma fermamente di farlo. Guardare, andare a vedere, potrebbe implicare il rischio di dover ammettere che Aristotele e i dogmi della Chiesa avevano torto. I Cardinali preferiscono quindi non vedere e non guardare pur di poter continuare a sostenere e a difendere il dogma. La fedeltà e l’appartenenza contano più della verità. La difesa dell’autorappresentazione che il Potere dà di sè e del proprio fondamento è più importante della conoscenza. A volte, a seguire con attenzione come funziona il sistema informativo del Nostro Paese, si ha l’impressione che i media (anche i giornali, non solo le televisioni…) si comportino un po’ come i Cardinali di Brecht, evitano appuratamente di andare a vedere. Facciamo un esempio che ci riguarda da vicino: duellanti pubblica sul numero scorso gli interventi di alcuni magistrati che si interrogano con argomentazioni non scontate nè superficiali sul rapporto tra mafia e il modo in cui essa viene rappresentata nei mezzi di comunicazione audiovisivi. La cosa – una volta tanto – viene ripresa dai grandi media (giornali e Tv), che però si limitano perlopiù a sollecitare il parere di persone che non hanno letto gli articoli, e quindi non solo non entrano nel merito, ma dicono e ribadiscono soltanto quello che avrebbero potuto dire e ribadire anche prima che i pezzi fossero scritti. Si parla di ciò che non si conosce, si interviene su film libri mostre concerti senza averli visti, si pontifica e si sentenzia con spocchia sul nulla. Così la comunicazione gira a vuoto su se stessa, è una macchina celibe che non approfondisce mai niente, un moto perpetuo di rafforzamento del già detto e del già pensato, un marchingegno fenomenale per perpetuare i rapporti di forza, gli stereotipi, i luoghi comuni e le idee dominanti. E’ questo che oggi mette rischiosamente in pericolo la libertà di stampa. Non le censure e le querele (le quali ani servono a illudere il volgo che esiste ancora la libertà di infomazione), ma un dispositivo sistemico che comunica solo se stesso e non produce altro che un chiacchiericcio futile e parassitario: quello che uno dei grandi filosofi del Novecento considerava la radice di ogni menzogna e inautenticità. Ma a dirlo, oramai, siamo rimasti in pochi, quelli – non a caso – che non temono di guardare dentro i cannocchiali del nostro tempo, anche a rischio di vedere qualcosa di molto sgradevole per le certezze e i dogmi di chi sta guardando.

Gianni Canova

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