[ Ritorno a Brideshead ]

La storia – Inghilterra, 1925. Charles viene invitato dal compagno di università Sebastian a trascorrere una vacanza nel lussuoso castello di Brideshead: durante il suo soggiorno rimarrà coinvolto negli intrighi sentimentali e metterà a soqquadro gli equilibri precari della nobile famiglia.

Tratto dall’omonimo romanzo di Evelyn Waugh, Ritorno a Brideshead è un affresco raffinato e graffiante di quell’aristocrazia inglese degli anni Venti ormai consapevole ma non rassegnata al proprio inesorabile declino. Dopo Becoming Jane – Il ritratto di una donna contro, Julian Jarrold torna nei meandri del film in costume reiterando uno stile elegante, decisamente british, e atmosfere d’epoca filologicamente puntigliose ma tutt’altro che impolverate. Protagonista della vicenda è Charles Ryder, studente e aspirante pittore approdato a Oxford dai quartieri popolari di Pad­dington. Un ragazzo dal viso pulito, dall’apparenza ingenua ma dall’agire scaltro che, catapultato quasi per caso nella vita di un aristocratico compagno d’università, finisce per distruggerne l’esistenza e la tanto difesa reputazione familiare. Charles è un personaggio a tutto tondo, e uno dei punti di forza dell’opera risiede proprio nella costruzione di questo ruolo drammatico: un povero borghesuccio venuto da un quartiere che ha il nome di una stazione ferroviaria che finisce per sfaldare gli ormai fragili castelli della nobiltà dell’epoca. Una sorta di idiota dostoevskijano di forte ambiguità, un Barry Lyndon molto meno freddo, lucido e razionale ma altrettanto distruttivo e risoluto nella propria rivalsa sociale. Viene da chiedersi quanto sia naïf e quanto invece finga di esserlo per mero opportunismo. Un dubbio, questo, motore della storia, soprattutto perché la cattiveria “involontaria” di Charles è resa ancora più ambigua dal cattolicesimo ossessivo, intriso di senso di colpa che fa da cornice al film.
Oltre a Charles, altro protagonista indiscusso è proprio il castello di Brideshead. Con i suoi giardini, le sue fontane e le sue statue, la sontuosa dimora è la testimone muta di passioni riprovevoli, il punto di un eterno ritorno. Tutti ci arrivano, tutti la lasciano, ma tutti inevitabilmente vi fanno rientro in un movimento ineluttabile che ricorda i carrelli di quell’altra villa-personaggio che è la residenza di L’anno scorso a Marienbad. Il tenue pittoresco degli esterni di Brideshead si contrappone inoltre al gotico chiaroscuro degli interni, allo stesso modo in cui il décor del moralismo cattolico dell’aristocrazia fa a pugni con la sua stessa essenza ipocrita, egoista e bigotta. Il film viaggia così sui contrasti, su contraddizioni come quella tra la rappresentazione di una natura addomesticata nei giardini della villa e quella della natura selvaggia dipinta da Charles. Quest’ultimo arriva a Brideshead da aspirante artista: colpito dalle statue coperte da lenzuola, istintivamente le libera. Alla fine della vicenda l’uomo sarà invece un pittore affermato, ma rimarrà invischiato nel mercato delle mostre e dei vernissages. La sua è anche una parabola tra l’arte della nobiltà, con le statue incappucciate e poi scapigliate, e l’arte della middle class, dove i quadri sono merce da vendere.

Valentina Torlaschi

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