[ Notorious ]

La storia – Ispirati alla biografia Afterlife of the Notorious B.I.G. di Cheo Hodari Coker, l’infanzia, l’adolescenza, lo spaccio, la galera, il rap, i soldi e la morte di Notorious B.I.G., o Biggie Smalls, o Frank White, o Christopher George Latore Wallace.

George Tillman Jr., inattivo dai tempi dell’inguardabile Men of Honor – L’onore degli uomini (2000), ha il pregio di raccontare Biggie evitando l’apologia del “gangsta”. Simpatizza per Notorious, ma di fatto mostra il rapper corpulento e i ragazzi della Bad Boys Records come bambinoni malcresciuti, senza padri che abbiano insegnato loro a essere uomini. Il protagonista e la sua crew giocano a fare i duri, invece di abbuffarsi come ragazzini di dolci e lollipop si abbuffano di canne e donne facili, al posto della realtà orribile in cui sono nati e alla quale sono sopravvissuti preferiscono stare tarpati negli studi di registrazione, camerette ovattate dove stordirsi tra un’incisione e l’altra. Il mondo dei ghetti di New York non esiste più dietro i vetri insonorizzati o sui divanetti in pelle a fare sesso con Lil’ Kim o con chi capita, alle feste di lusso tra i calici di champagne. Il mondo rientra con violenza, però, appena i rapper mettono piede fuori di casa: Biggie è stato ucciso all’uscita dal Soul Train Music Awards a Los Angeles, il 9 marzo 1997. Quello che lascia perplessi del film è l’agiografia del personaggio in un paio di episodi mai chiariti sulla faida Biggie-Tupac, da cui nacque l’assurda rivalità East Coast/West Coast nella scena hip hop statunitense. Qui Notorious ne esce lindo come un bebè dopo il bagnetto: in realtà la versione di 2Pac e della sua crew sull’aggressione subita ai Quad Recording Studios di New York il 30 novembre 1994 era molto differente, indicando i “cattivi ragazzi” come colpevoli. Tillman invece sposa in tutto e per tutto le dichiarazioni del suo protagonista, confermandone la totale innocenza. L’unica certezza è che purtroppo sia Tupac (il 14 settembre 1996) sia Biggie sei mesi dopo sono stati ammazzati in strada.
Peccato poi che l’edizione italiana non renda giustizia all’opera: dialoghi doppiati in stile “soap”, pezzi hip hop senza sottotitoli. Prima o poi qualcuno ne distribuirà almeno qualche copia in versione originale sottotitolata, come già avviene in Francia e Spagna? Anche solo per apprezzare la performance del camaleontico e imponente Jamal Woolard, esercitatosi per quasi un anno a parlare – oltre che a muoversi e rappare – come Biggie.

Luca Barnabé

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