[ Niente velo per Jasira ]
La storia – Costretta dalla madre a lasciare Syracuse per andare a vivere col padre libanese in Texas, la tredicenne Jasira impara a conoscere il sesso e l’intolleranza dell’America profonda.
Arrivata nella nuova scuola, Jasira viene sottoposta alla foto di rito. Non è pronta, si agita, cerca di correggere il proprio nome storpiato. Più avanti, la ragazza si trova fra le mani le riviste per uomini del vicino. Rimane affascinata da quelle immagini patinate, da quei corpi esibiti, da quella libertà (im)morale. Vi si proietta addirittura, mentre la nuova fidanzata di papà le ripete che ha una carriera da modella assicurata. Così quando un’amica la trascina in uno studio per fare degli scatti glamour, Jasira è già molto diversa: truccata, abbigliata in modo provocante, abile nelle pose, ormai consapevole della propria figura e delle reazioni che è capace di suscitare. L’ultima fotografia che le viene scattata è la polaroid che attesta l’ematoma sulla gamba, conseguenza del ritrovamento della rivista regalatale dal signor Vuoso. Alle tappe della scoperta della sessualità da parte della protagonista (dal peccato originale degli esperimenti depilatori alla perdita della verginità, dai primi veri rapporti alla testimonianza finale del parto) si affianca dunque una storia parallela, quella della maturazione della sua immagine (o delle immagini in generale: il bombardamento di Baghdad trasmesso in diretta nel televisore di Rifat). Se il suo corpo si trasforma, tale mutamento si accompagna a quello del modo in cui esso viene guardato e immaginato, in un percorso di costruzione dell’identità che passa innanzitutto dalla percezione propria e altrui per poi intrecciarsi con le implicazioni sociali e culturali (la condizione di una ragazza di origini mediorientali in Texas durante la prima guerra a Saddam, il sesso come via di fuga da un’educazione imperniata sul divieto e la repressione). Se sulla carta – quella del romanzo Beduina di Alicia Erian – può trattarsi di un buon materiale di partenza, il guaio dell’esordio di Ball, già sceneggiatore di American Beauty e creatore di serie di culto come Six Feet Under e True Blood, è uno sguardo che finisce suo malgrado per essere esattamente ciò che vorrebbe stigmatizzare: programmaticamente sgradevole fino a sfiorare il razzismo, esplicitamente ambiguo tanto da risultare morboso, irridente nei confronti dei tabù della comunità ma in fondo egualmente moralistico e sessuofobico. Vivisezionando personaggi e situazioni in maniera al tempo stesso ironica e distaccata, Ball si propone un’analisi senza veli (ma l’Islam non c’entra: la famiglia Maroun è cattolica, il titolo italiano oltre il demenziale) dell’ipocrisia e del puritanesimo della middle class, delle zone d’ombra di un’integrazione solo simulata, del conformismo dell’altro che – una volta raggiunto il proprio sogno americano – disprezza a sua volta il diverso (la discriminazione dei neri messa in pratica da Rifat). Ne esce invece un film in cui tutto, dallo scandalo della materia narrativa alla fredda geometricità della messa in scena, sembra troppo artefatto per suscitare autentica partecipazione, indignazione, eccitazione, vergogna. E come in American Beauty il “deviato” è il solito militare, anche se qui riservista. Dalla torbida ingenuità di Jasira alla “redenzione” in extremis del padre tutto suona falso, in un’opera partita con ambizioni da Lolita alla rovescia e finita dalle parti di Melissa P.
Marco Toscano
