[ La ragazza che giocava con il fuoco ]
Una Stoccolma da cartolina, filtrata da ampie vetrate e raccontata da lontano. E’ nella sua notte e nelle sue nuvole rigonfie di pioggia che i personaggi del secondo episodio della saga Millennium si nascondono e incespicano. A partire da Lisbeth Salander, androgino angelo vendicatore che – dopo aver girato il mondo – cerca rifugio dal mondo esterno in una vuota e candida casa di bambola, specchio metaforico della sua anima. Un ventre materno tecnologico – con brand ben visibili e definiti, aspetto coerente con le minuziose descrizioni del romanzo larssoniano – in cui Lisbeth si lascia fagocitare dai ricordi. Perchè il vero fulcro narrativo di La ragazza che giocava con il fuoco non è certamente l’indagine per triplice omicidio mossa a danno della dark girl larssoniana, ma è l’arco di trasformazione che la caratterizza. Da spettro silenzioso e cacciatore, Lisbeth diventa preda, si spoglia della durezza del suo passato – metaforicamente rappresentato dalla maschera di trucco nero e dal vestiario in pelle che l’ha contraddistinta nel primo episodio – rielaborando la sua vendetta. Lisbeth pulisce il viso e indossa una parrucca bionda – così diversa dal suo look corvino – perchè sta cercando di purificarsi. E non è un caso che assistiamo alla sua sepoltura e riesumazione, forte sintomo della sua necessità di rinascita. Una storia costruita in parallelo questa volta, quella di Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist, in cui i due personaggi si cercano e si sfuggono, si contattano solo virtualmente, sono assenza-presenza l’uno per l’altra.
Per quanto a tratti poco incisivo e depauperato dalla grande mole di pagine che contraddistinguono la versione cartacea, La ragazza che giocava con il fuoco riesce – seppur soffrendo e boccheggiando – a costruire un suo ritmo. Tuttavia la mano di un regista diverso rispetto a Uomini che odiano le donne viene percepita in modo significativo, seppur la discreta interpretazione dei personaggi – si parla di Michael Nyqvist aka Mikael Blomkvist, da sempre inadatto al suo ruolo, non certamente della genuina e camaleontica Noomi Rapace aka Lisbeth Salander – cerchi di mantenere le fila del primo film. Imbarazzante è la costruzione dei diversi colpi di scena che costellano la chiusa della pellicola, montati tra loro in modo talmente asettico da scivolare via in modo silenzioso.
La conclusione del film rimane coerente con le (scarse) aspettative del terzo atto, costruito in modo affrettato su un inconcludente cliffhanger a ralenti. Adesso non rimane che aspettare il 2010 per tirare le fila definitive di una saga che letterariamente ha creato un caso, ma cinematograficamente – almeno per quanto concerne questo secondo capitolo – lascia a desiderare.
Questo è un commento “a caldo”. La visione – a cura di Fabio Vittorini – è disponibile sul numero 56 di duellanti, in edicola da ottobre.
Fabrizia Malgieri
Una Stoccolma da cartolina, filtrata da ampie vetrate e raccontata da lontano. E’ nella sua notte e nelle sue nuvole rigonfie di pioggia che i personaggi del secondo episodio della saga Millennium si nascondono e incespicano. A partire da Lisbeth Salander, androgino angelo vendicatore che – dopo aver girato il mondo – cerca rifugio dal mondo esterno in una vuota e candida casa di bambola, specchio metaforico della sua anima. Un ventre materno tecnologico – con brand ben visibili e definiti, aspetto coerente con le minuziose descrizioni del romanzo larssoniano – in cui Lisbeth si lascia fagocitare dai ricordi. Perchè il vero fulcro narrativo di La ragazza che giocava con il fuoco non è certamente l’indagine per triplice omicidio mossa a danno della dark girl larssoniana, ma è l’arco di trasformazione che la caratterizza. Da spettro silenzioso e cacciatore, Lisbeth diventa preda, si spoglia della durezza del suo passato – metaforicamente rappresentato dalla maschera di trucco nero e dal vestiario in pelle che l’ha contraddistinta nel primo episodio – rielaborando la sua vendetta. Lisbeth pulisce il viso e indossa una parrucca bionda – così diversa dal suo look corvino – perchè sta cercando di purificarsi. E non è un caso che assistiamo alla sua sepoltura e riesumazione, forte sintomo della sua necessità di rinascita. Una storia costruita in parallelo questa volta, quella di Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist, in cui i due personaggi si cercano e si sfuggono, si contattano solo virtualmente, sono assenza-presenza l’uno per l’altra.