La mia Venezia, tra Fantastico e Realistico

Pubblicato sotto "Amarcord veneziani" il 5 settembre 2009
tburtonday

Opere d'arte del T. Burton Day

Correva l’anno 2007. Dopo un anno infernale alle prese con la stesura della mia tesi di laurea e annessa discussione in giugno, avevo deciso di regalarmi ancora una volta la Mostra del Cinema di Venezia. A quei tempi lavoravo per un centro divertimenti per famiglie, stavo racimolando qualche soldino per la mia laurea specialistica e chiedere le ferie proprio per quei dieci giorni era stata un’impresa titanica… no, non è vero. Lì conoscevano tutti la mia passione per il cinema e i miei responsabili non ci hanno pensato due volte a regalarmi quei dieci (meritati) giorni di svago.Ma un po’ di sapore epico nel racconto crea la leggenda e aggiungere qualche dettaglio scabroso alimenta l’interesse del lettore. Su questo concetto ho avuto un vero Maestro, fidatevi..ma ne parliamo più avanti.
La richiesta dell’accredito era scattata in pochi giorni, all’annuncio sul web del Leone d’Oro alla carriera di quell’anno: Tim Burton. Dopo aver speso ore della mia vita a documentarmi sulla sua filmografia per dar vita alla mia tesi,andare a Venezia a stringergli almeno la mano mi sembrava il minimo che potessi fare.
E poi di Venezia avevo una marea di bei ricordi: l’anno precedente avevo assaporato la magia di varcare la soglia del metal detector e del red carpet, sedere in sala di fianco a Milena Vukotic - che odora incredibilmente di nonna altolocata -, chiacchierare con Gianni Ippoliti davanti al “Muro del Pianto” (una sorta di pannello che raccoglie tutte le critiche negative sui film e sulla Mostra), fare la spesa con Maurizio Ferrini (sì, quello che faceva la Signora Coriandoli) e ordinare uno spritz con Ghezzi vicino di tavolo. Inoltre, accanto a questa mondanità frivola, avevo visto un buon 70% di bei film, che - come accade nella maggior parte dei Festival - non arrivano nelle sale.
Un modo come un altro per rimanere informati sulle correnti cinematografiche che sono il tuo oggetto di studio quotidiano.Insomma, ci stava.

Arrivata a Venezia e armatami di accredito (rigorosamente verde, che è quello che noi studenti in gergo chiamiamo “l’accredito degli ultimi degli stronzi”*), vengo a scoprire che venti fortunati vincitori tra i comuni mortali potranno accedere in Sala Grande alla premiazione del Leone d’Oro alla carriera. I biglietti erano disponibili gratuitamente alle biglietterie del Lido, ma accessibili solo il giorno 4 settembre,ossia il giorno precedente alla consegna del Leone d’oro. Potete immaginare il clima di tensione che si stava creando intorno a quell’evento. L’atmosfera ansiosa che aleggiava intorno a quel 5 settembre mi ricordava la stessa corsa surreale al biglietto d’oro ne La fabbrica di cioccolato. Annunci, richieste, orde di freak vestiti a-la Edward mani di forbici che supplicavano ai vincitori di regalargli il biglietto, nel caso qualche fortunato non fosse stato intenzionato ad andare.
Io passavo davanti a quei ragazzi, con tanto di targhetta al collo che sfociavano nel ridicolo, e mi chiedevo se anche io mi fossi ridotta così pur di entrare. Nah, non aveva senso. La rassegna di quei casi umani era molto divertente e, lo ammetto, un paio di volte mi sono sentita proprio come in Big Fish, circondata da personaggi al limite della realtà.

Nel frattempo seguivo la Mostra, entravo e uscivo da una proiezione all’altra, confondevo il giorno con la notte, ma c’era qualcosa dentro di me, un senso di agitazione che covava. Cercavo di non badarci troppo, appuntavo quello che vedevo, cancellavo i film già visti sulla mia guida e pensavo alle prossime tappe. Arrivò il 3 settembre e quell’angoscia diventò reale: eh sì, dopo due giorni Tim Burton avrebbe passeggiato su quel red carpet su cui avevo strisciato le mie all star muovendomi da una sala all’altra. Era irreale. Avevo detto a me stessa di non fare cazzate da fan, di godermi l’evento in modo maturo (avevo 22 anni, perdio!) e di provare ad entrare e fregarmene nel caso (quasi ovvio) in cui non avrei fatto il mio ingresso in Sala Grande stringendo tra le mani il biglietto d’oro di Willy Wonk…ehm, di Tim Burton. Programmai con il mio compagno di avventure veneziane (nonchè mio ragazzo) una sveglia all’alba per essere il 4 settembre in coda ad un orario decente. Nel frattempo, un nuvolone pieno d’acqua aveva fatto capolino sulle assolate giornate veneziane e il 4 settembre si scatenò l’alluvione. Mentre eravamo in coda (interminabile, ma davanti a me alla fine c’erano una decina di persone, potevo farcela!), l’acqua scrosciava selvaggiamente e il vento portava via gli ombrelli. Avete presente il tornado di Il mago di Oz? Ecco, una specie. Nel frattempo arrivarono le 8 e la biglietteria aprì: la corsa spasmodica al biglietto, il delirio, gente che urlava. Mai visto niente di più maniacale. Il sogno si frantumò quando tutti scoprimmo che i venti biglietti erano andati a ruba perchè dislocati nelle varie biglietterie del Lido. Scene isteriche, pianti, tanti novelli Edward mani di forbici e Spose cadaveri travolti da lacrime amare colme di delusione. Dentro di me, lo ammetto, un po’ di senso di sconfitta c’era. Così, determinata come non mai, mi recai nella segreteria del Casinò a fare reclamo sulla scarsa organizzazione della consegna dei biglietti (dislocare 20 biglietti in 5 biglietterie equivaleva a 4 biglietti ciascuno..perchè non bloccare le file di ragazzi subito?). Mi accolse una signorina molto simpatica, alla quale riuscii a strappare la promessa che, nel caso in cui qualche riccone non avesse ritirato il suo biglietto omaggio, me lo avrebbe regalato. Quando uscii da lì, mi resi conto che tutto ciò, oltre ad essere surreale, era alquanto impossibile. Figurati se ’sta ragazza, con tutto quello che ha da fare, mi regala l’accredito!, pensai. Passai l’intera giornata ad arrovellarmi il gulliver (!) e distraendomi con qualche visione.

Uno scatto sfocatissimo di T. Burton

Uno scatto sfocatissimo di T. Burton

Il 5 settembre attendevo quella telefonata, anche se sapevo che le speranze erano praticamente pari allo zero. Vidi I’m not there con il cuore in mano. Nel frattempo le ore passavano, le orde di fans che accalcavano il tappeto rosso aumentavano di ora in ora e io ero ancora sospesa sul filo del rasoio. Alle 6 meno 5 del pomeriggio ricevetti una chiamata da un numero privato: era la ragazza del Casinò. A malincuore, mi disse che i biglietti vip erano stati ritirati tutti e che non poteva aiutarmi. La ringraziai e misi giù. Amarezza, quanta amarezza. Mi sono sentita davvero ridicola. Il mio compagno di avventure, vedendomi abbattuta, decise di accompagnarmi al red carpet almeno per togliermi la curiosità di vedere Tim Burton. Accettai anche se sapevo che stavo facendo la figura della ragazzina. Attendevo avvolta dalla folla. La mia altezza gnomica non mi permetteva di vedere molto, così il mio ragazzo mi prese sulle spalle. Appena sentii la folla urlare, capii che il momento era arrivato. Lo vidi scendere dalla macchina con accanto la sua consorte in avanzato stato di gravidanza, si avvicinò alle transenne per firmare autografi. Arrivò davanti a me e, proprio come in Big Fish, il tempo si fermò: gli sorrisi e lo salutai con un cenno della mano, lui rispose gentilmente e sorrise. Le orecchie erano ovattate, le urla di quei pazzi erano solo un sottofondo lontanto. Pian piano sentivo il mio “sostegno” cedere sotto il peso della mia mole. Così ridendo decisi di scendere dalle sue spalle e l’unica cosa che gli dissi, appena toccato terra, fu: “Almeno un saluto gliel’ho fatto!”. Il mio compagno d’avventure e io ci allontanammo dalla folla andando verso l’autobus che ci avrebbe accompagnato al traghetto. Lui era dolorante e mi malediceva, io ridacchiavo come una quindicenne.

Per la prima volta rendo pubblica questa storia in modo così dettagliato, con annessi scatti di quel giorno. Avrei potuto raccontare altri divertenti retroscena, perdermi in elucubrazioni sulla Mostra. Ho deciso di virare al nostalgico-personale, proprio perchè ognuno raccatta un pezzetto di vita dai suoi ricordi più importanti. E poi, come diceva Edward Bloom in conclusione a Big Fish:
A man tells so many stories, that he becomes the stories. They live on after him, and in that way he becomes immortal.

*l’accredito Cinema (o accredito “verde”) è quel pass che permette ai poveri studenti di cinema e comunicazione di vedere SOLO le proiezioni della mattina (fino alle 17), con ore interminabili di coda sotto il caldo sole di fine estate.

Fabrizia Malgieri

Lascia un Commento