[ La custode di mia sorella ]

La storia – Un’undicenne fa causa ai genitori che l’hanno messa al mondo sperando di salvare, con transfusioni e trapianti pienamente compatibili, la sorella gravemente malata..

Immagine colorata e sgranata, da filmino amatoriale, sorrisi, affetti familiari. Il tempo immobile dei ricordi d’infanzia. Poi, la sentenza: “I figli sono un un incidente di percorso”. A dirlo è Anna, una bambina di 11 anni, famiglia middle class americana, madre volitiva, padre moderno e comprensivo, un fratello maggiore e una sorella quindicenne, Kate, malata terminale di leucemia. Anna è stata concepita in provetta, per donare sangue e pezzi di ricambio alla sorella malata, inutilmente. Denuncia i genitori, per essere padrona del proprio corpo e tenersi il rene che salverebbe Kate. Dietro la ribellione c’è altro. Nick Cassavetes è un autore. La frase è delle più anacronistiche, come anacronistico è il melodramma cinematografico; per questo è importante, come l’orologio a cipolla regalato dal nonno. Può non piacere, può sembrare melenso, può stancare. Ma Cassavetes jr ha tanto da raccontare e ha le idee chiare. Intanto, senza prosopopea, sa bene che l’etica statunitense si gioca tra individuo e famiglia. Ed elimina coro, media, società. La custode di mia sorella è un romanzo familiare e corale, con le voci fuori campo dei protagonisti a raccontare il proprio punto di vista sul dramma, ma non c’è momento in cui non vibri delicatamente la voce del regista. C’è una musica onnipresente, forte e protagonista, che segue i flashback con l’insistenza di un racconto televisivo di alta qualità. Ci sono delle dissolvenze in nero, lunghissime, reiterate, eppure profondamente contemporanee, anti-sequenziali, consapevoli, in cui il ricordo non è mai il rewind della cassetta. C’è un mondo descritto senza cinismi per dare l’assist ai buoni sentimenti, dove semmai il dolore è per bulimia di affetti. Soprattutto, c’è la capacità di condensare, nei quindici anni di vita della bambina malata di cancro e della sua famiglia, l’infanzia, l’adolescenza, i primi amori e infine la vecchiaia di tanti malati e di tante famiglie, perché Cassavetes sa che il cinema è un artigianato del tempo. Tanto che, finito il film e uscito dal cinema, l’immagine dell’autore che mi emerge è quella di un ragazzino, appena adulto, che mostra alla famiglia il primo filmino montato in super8, con la musica dal vivo a raccontare le sequenze, e i commenti dei familiari a puntellare le eventuali debolezze delle immagini.

Questo è un commento “a caldo”. La visione – a cura di Matteo Columbo – è disponibile sul numero 55 di duellanti, in edicola da settembre.

Mimmo Gianneri

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