[ La custode di mia sorella ]
La storia – Un’undicenne fa causa ai genitori che l’hanno messa al mondo sperando di salvare, con trasfusioni e trapianti pienamente compatibili, la sorella gravemente malata. Ma le vie del cuore sono più complesse di quanto sembri…
Sugli “strappalacrime” si sono prodotte colte riflessioni critiche e riversate considerevoli reazioni spettatoriali (fiumi di inchiostro e di lacrime). Dalla “chimica delle emozioni” alla “pornografia delle donne”, quel che resta del weepie presta il fianco al deprezzamento snob e all’ironia in nome della misura (l’eccesso, del resto, è la sua cifra): così l’adesione dello spettatore si alterna al disprezzo di chi non sta al ricatto del pianto, per poi magari tornare in sala, fazzoletto alla mano, sotto forma di risarcimento cinefilo, studio dei codici stilistici e simbolici del mélo nelle sue inesaurite varianti.
Riprendendo una suggestiva definizione del melodramma, quella di «storia di un amore impossibile, con esiti di morte (reale o simbolica)», è interessante collaudarne il paradigma sul nuovo film di Nick Cassavetes, prima traduzione cinematografica di uno dei sedici romanzi della best sellerer della “literature of children in peril” Jodi Picoult (vendutissima nel mondo, e pubblicata in Italia da Corbaccio). Qui a rendere travagliato l’amore (familiare, prima che di coppia) è la malattia, che come l’accidente di un caso spietato è pura manifestazione del caos e del limite, contro ogni illusione/presunzione di controllo. Se in prima istanza possiamo pensare che i personaggi, ideati dalla Picoult e incarnati da un cast felicemente assortito, siano alquanto sfigati (a ciascuno la sua sventura), a uno sguardo più attento scopriamo che casualità e caducità ecumeniche non fanno che riaffermare la vita stessa come malattia mortale sessualmente trasmissibile. Il male vero lo fa la frammentazione dei punti di vista che è difficoltà di vedere con gli occhi dell’altro, unico trapianto davvero salvifico. La polifonia delle voci narranti, lungi da essere una messa in questione rashomoniana della verità o un puro espediente narrativo, è un modo per riferire le ragioni del cuore di ognuno, tant’è che non esistono cattivi: giudici, avvocati, medici, padri, madri e fratelli sono esseri amorevoli, che al massimo peccano per eccesso (s’è detto) d’amore. Dunque La custode di mia sorella, a partire dalla tragedia ineluttabile della malattia e della morte, racconta in realtà come l’amore sia tutt’altro che impossibile, offrendo uno sguardo decisamente ottimistico sull’umanità e sui suoi singoli rappresentanti. Neppure le istituzioni paiono ostacoli credibili. L’ospedalizzazione e le viae crucis giudiziarie, estensioni del dominio della tecnica e della legge, paiono minacce, ma ospedale e aula di tribunale risultano false prigioni e inattese vie al dialogo. Così è fuori da questi spazi che le facce un po’ patinate di Cassavetes figlio, fra onde, gabbiani, luci e riflessi, rischiano di restare incastrate in una fuga da cartolina, collage di cliché, sceneggiatura già scritta che condanna i suoi attori in una gabbia di sogni un po’ posticci.
Matteo Columbo
