La censura cinematografica ai tempi della Demo(video)cracy
Pubblicato sotto "Redacted" il 7 settembre 2009
Le famose Tre scimmiette: l'Italia ridotta a questa triade?
Il cinema sta tornando ad essere il più temibile nemico della politica. Della politica italiana nello specifico. Dopo il chiacchieratissimo caso di Videocracy - il cui trailer è stato bandito dal 90% delle tv generaliste italiane e uscito nelle sale in (pseudo) silenzio mediatico lo scorso venerdì - l’eco della censura si abbatte su Francesca, il film del regista rumeno Bobby Paunescu, presentato nella sezione Orizzonti alla 66ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il film mette in luce l’imperante xenofobia italiana, a partire dagli stessi politici che ci rappresentano, nei confronti del problema immigrazione, soprattutto se di natura rumena. Ma fin qui il polverone alzato - per quanto ci sia difficile ammetterlo - non sembra poi così grave: negli ultimi mesi il nostro Paese è stato attaccato duramente da più fronti su questo aspetto e un’ulteriore condanna non avrebbe sicuramente fatto la differenza. Amaramente, ci viene da dire.
Ma l’oggetto del conteso appare ancora più interessante: in realtà ciò che ha portato all’esclusione del film nella sezione Orrizzonti è un appellativo - slut - che un immigrato rumeno attribuisce ad Alessandra Mussolini. La focosa donna politica ha risposto alla provocazione con un’azione legale e con la richiesta di esclusione della pellicola dal Festival in corso in questi giorni. Anche il sindaco di Verona Flavio Tosi - citato negativamente nel film - ha annunciato di muovere a sua volta un’azione legale nei confronti del film.
Ma non basta: il Circuito Cinema Comunali ha a sua volta deciso di non distribuire il film nelle sale. Immediata la reazione di Domenico Procacci della Fandango, casa di distribuzione di Francesca: “Non abbiamo alcuna intenzione di ritirare Francesca dalla distribuzione nelle sale, la cui uscita è prevista per il prossimo ottobre”.
Il contesto in cui questo ulteriore episodio prende vita ci porta a riflettere. Ci troviamo di fronte a due casi di pellicole, Videocracy e Francesca - a poca distanza temporale l’una dall’altra - in cui l’Italia viene derisa, attaccata, frantumata. E siamo proprio noi italiani - chi più e chi meno - a non voler vedere i problemi che il cinema - solo ed esclusivamente quello straniero - ci sta portando a galla. Continuiamo ancora a socchiudere gli occhi, a coprirci le orecchie, a cucirci la bocca. Non vogliamo affrontare in modo maturo ciò che nella nostra Penisola non funziona. Ma perchè? Siamo troppo codardi ad ammettere che stiamo sbagliando? Che la via che stiamo perseguendo è in realtà quella errata?
Ho una personale interpretazione del concetto di censura, che si discosta dalla sua definizione da vocabolario. Quando effettivamente la censura è stata messa in atto? Durante i regimi o perchè bisognava occultare un comportamento o uno stile di vita che non si confaceva alla “normale amministrazione”. Pensiamo ai numerosi film che sono stati messi al bando, le pellicole che sono state fatte a brandelli o bruciate. A me viene in mente Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, per esempio. E se dietro alla censura ci fosse proprio la paura? La paura di fronteggiare la propria arretratezza, i propri errori, i propri sbagli. Difficilmente siamo auto-critici, pensiamo sempre che siano gli altri a sbagliare.
Nella vita quotidiana, nella routine…e adesso anche con il cinema. Noi non riusciamo a renderci conto che questo cinema, questi film stanno forse cercando di aprirci gli occhi su problemi che non riusciamo a vedere. Perchè ne siamo immersi fino al collo, perchè non li percepiamo forse come qualcosa di negativo.
Il cinema sta cercando di venirci incontro e noi gli sbarriamo la strada. Ma voi, nei confronti di questi trascorsi, come vi sentite? Cosa provate? Alla luce del 2010, ha ancora senso parlare di censura?
Fabrizia Malgieri
Cari duellanti,
di temi scomodi e scottanti in Italia ce ne sono davvero tanti, forse troppi per un paese che crede di esser governato dalla democrazia, e chi siede nell’”Olimpo” dei potenti vuole tenerli ben lontani dai media e dal pubblico della sale cinematografiche, sempre meno fenomeno sociale e sempre più un fruire narcotizzato.
Questa volta però a voler zittire con un colpo secco di mannaia censoria sono le ragioni del soldo (ma, guardando a “Videocracy”, verrebbe da dire che il tentativo di censura sia mosso dallo stesso motivo).
Questa volta a voler imbavagliare un regista e la sua sacrosanta libertà di parola è Massimo Moratti. Che centrerà mai?
Quel sassolino nella scarpa che tanto infastidisce il presidente dell’Inter è un film documentario di Massimo Mazzotta, “OIL”, che denuncia la pericolosa attività dell’impianto petrolifero della SARAS in Sardegna. I Moratti ne sono proprietari e questa denuncia potrebbe ledere al loro patrimonio.
Che poi la SARAS continui ad inquinare la zona di Sarroch e a far aumentare il numero di ammalati di cancro poco importa al presidente Moratti.
L’unica cosa urgente, dice lui, è “inibire la proiezione, comunicazione e diffusione” di questo ennesimo scomodo documentario.
Il problema, Maria Luisa, è credere che questi prodotti siano realizzati esclusivamente per ragioni politiche. Sono gli stessi uomini (e donne) di potere che pensano che queste forme di informazione (proprio come i vecchi documentari d’inchiesta) servano solo a ledere la loro immagine e cercano di bloccarli quando possono. Sarò ingenua, ma non credo che tutti i registi di film documentari vivano la loro vita professionale nella speranza di distruggere una figura di spicco dell’economia e della politica italiana. Alcuni forse lo fanno, ma molti sperano che questi prodotti mettano in luce i problemi, i nostri problemi, di cui non si parla. Vedrò molto volentieri il documentario che ci hai segnalato.