[ Il mio vicino Totoro ]

La storia – Satsuki e la piccola Mei si trasferiscono con il padre in campagna. Lì fanno la conoscenza di una dolce vecchina, del timido Kanta ma soprattutto del gigantesco Totoro, spirito dei boschi che, assieme a un fatato gatto-bus, viene in loro aiuto quando Mei, nel tentativo di raggiungere la mamma in ospedale, perde la strada.

Distribuito in Italia con vent’anni di ritardo, quando ormai la dilagante Miyazaki-mania mette relativamente al riparo dalle incognite del mercato e il maestro giapponese è stato ampiamente “sdoganato” presso il grande pubblico (e certa critica) dai riconoscimenti dei festival internazionali, Il mio vicino Totoro si mostra per quello che è: un capolavoro di semplicità e immediatezza, un prodigio di delicatezza e sensibilità in grado di parlare con uguale pregnanza (come nella tradizione dell’animazione nipponica) ai piccoli spettatori come a un pubblico più smaliziato. A ogni modo non è un caso che il quarto lungometraggio di Miyazaki sia proposto in sala a pochi mesi dall’uscita di Ponyo sulla scogliera: con quest’ultimo, infatti, Il mio vicino Totoro rappresenta l’opera più “infantile” (ma non infantilistica) di Miyazaki, in cui meglio si esprime quella “leggerezza” che, lungi dall’essere sinonimo di superficialità o disimpegno, è condizione indispensabile per abbandonare la zavorra di una razionalità schiacciante e aprirsi a immagini evocative. D’altronde se Calvino definiva il proprio lavoro di scrittore come un’operazione di sottrazione di peso, di opposizione alla gravità e opacità del reale, Borges – riferendosi ad Ariosto – sosteneva per fare poesia la necessità di elevarsi (ed elevare il lettore) al di sopra del mondo, permettendosi di osservarlo dall’alto e con uno sguardo abbracciare tutto ciò che sta sotto. L’analogia tra ispirazione poetica e “leggerezza” (intesa dunque anche come arte del volo) sembra coniata appositamente per Miyazaki e particolarmente per questo capitolo della sua produzione che, pur confermando le dominanti del suo cinema (l’elezione a protagonisti di bambini e preadolescenti contrapposti alla “distrazione” o “assenza” dei grandi, la predilezione per eroine femminili determinate e combattive, il volo, l’animismo shintoista che si volge in monito ecologista e, alla base, la multiprospetticità e la ricerca costante di un equilibrio possibile tra gli opposti, che rinuncia alla centralità attribuita all’uomo dalla cultura occidentale per inserirlo in un sistema complesso), le declina in maniera più lineare e leggibile, senza le complicazioni narrative e concettuali e l’esasperata ambivalenza di opere più “adulte” come Princess Mononoke o Il castello errante di Howl, dichiarando appena quel confine tra realtà e sogno che andrà definitivamente in pezzi in La città incantata (titolo col quale rivela peraltro più di un punto di contatto, dal topos iniziale del trasloco alla ricomparsa dei susuataru, alle citazioni da Alice nel paese delle meraviglie). Ma l’universo di Il mio vicino Totoro è solo apparentemente più spensierato e bonario (come anticipato già dai titoli di testa, in cui Mei cammina attorniata da presenze poco rassicuranti): se viene ribadita con forza l’urgenza di ricomporre il rapporto compromesso tra Uomo e Natura, in un bisogno di sintesi che finisce per incarnarsi non solo a livello filosofico ma anche contenutistico e formale (la convivenza di frivolezza e serietà, i riferimenti a Ozu da parte di un autore solitamente accostato a Kurosawa), a incombere su tutto è infatti il tema della malattia e dell’abbandono, la «solitudine dei bambini di fronte al dolore» (Spagnoli), e la vicenda narrata coincide con la messa in atto dei meccanismi di difesa da parte dell’infanzia nella scoperta delle durezze della vita. Il regime in cui il film si inscrive è dunque quello caro al suo autore della trasfigurazione, e in ciò esso rivela la sua intima specularità con un altro prodotto dello Studio Ghibli (del quale peraltro in origine doveva essere un corto di accompagnamento), realizzato nello stesso anno dal “doppio artistico” di Miyazaki, Isao Takahata. Come i Seita e Setsuko di Una tomba per le lucciole, Mei e Satsuki sono di fatto orfani costretti a trasferirsi in un territorio sconosciuto, con la seconda chiamata al pari del suo omologo Seita a crescere improvvisamente caricandosi della responsabilità della sorellina. Ma se nell’impressionante opera di Takahata, decisamente influenzata dal Neorealismo desichiano, i tentativi di trasfigurazione dell’orrore (la guerra, la fame, l’egoismo e l’indifferenza della società) sono spazzati via dalla crudeltà insostenibile del reale, fino alla trasformazione in fantasmi dei due piccoli protagonisti, in Il mio vicino Totoro la loro progressiva inefficacia conduce a esiti differenti, in cui la capacità di vedere i fantasmi sopperisce al disagio per quelli autentici (la mamma in ospedale, il padre immerso nel lavoro). Se nella seconda parte, infatti, le risate immotivate e quasi esorcistiche di Mei e Satsuki («Proviamo a ridere insieme, così le vostre paure scapperanno via» invita il papà mentre un vento impetuoso minaccia di scoperchiare la nuova casa) lasciano il posto alle angosce e alla lacrime, le azioni quotidiane (come i lavori domestici) da occasione ludica si mutano in impegni e difficoltà, la “lontananza” del padre si concretizza in vera e propria assenza, l’ipercinetismo delle bambine è spesso sostituito da una stasi forzata (l’inizio della scuola, il riparo dalla pioggia, l’attesa dell’autobus), di contro si intensificano le apparizioni di Totoro – creatura di innata simpatia, popolarissima in Giappone e assunta a logo stesso dello Studio Ghibli – e gli scivolamenti nel suo mondo, quasi a suggerire uno slittamento dalla dimensione del semplice gioco a quella della fantasia. Con il primo non più sufficiente a camuffare l’esistente, la seconda assume una nuova profondità, configurandosi come risorsa interiore e rituale quasi mistico (come nell’eccezionale sequenza notturna della “danza della germogliatura”), mantenimento di un’innocenza inscritta in una nuova consapevolezza della vita così come in quella morte che comprende la straziante parabola di Takahata.

Marco Toscano

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