[ Il Messaggero ]

La storia – Il giovane Matt Campbell ha un tumore e deve sottoporsi a una terapia sperimentale. La sua famiglia, in difficoltà economiche a causa delle spese mediche, per evitare i lunghi viaggi dalla clinica si trasferisce in una vecchia casa vittoriana nel Connecticut. Presto però i Campbell si accorgono che la dimora, una volta utilizzata come camera mortuaria, è infestata da inquietanti presenze. Il reverendo Popescu, anche lui malato terminale, cercherà di aiutarli.

La cognizione del dolore amplifica la percezione del mondo che sta intorno all’infermo. Chi soffre, perché indifeso, debole, sfiancato, vicino a uno sfinimento che presto sarà invisibilità, potenzia a tal punto i propri sensi da entrare in contatto con quell’imperfezione del vivere e del morire che è il regno degli spiriti. Dopo i titoli di testa confacenti all’estetica horror, la dizione «tratto da una storia vera» promette la veridicità del versante spiritico prendendo le distanze dall’invenzione e tradendo un velato imbarazzo per il genere affrontato. Il cancro di Matt, che lo rende in continuo bilico tra qui e lì in uno stato di svenimento che è dolore puro, non è dunque una sottotrama come si è portati a credere, bensì la vera ossatura dello script. Peter Cornwell, pur nelle cadenze di un horror dai toni vittoriani, tiene infatti le fila di un dramma imperniato sul senso di colpa del morituro nei confronti di chi resta: i familiari, le persone che hanno contribuito a formarlo come individuo emotivo e sociale. Motore dei rapporti tra tutti i personaggi, la malattia del protagonista è dunque ben diversa dai problemi tipici dei caratteri cinematografici derivanti dal letterario La casa degli invasati di Shirley Jackson, cui il film rimanda. E gli sbalzi d’umore di Matt nei confronti dei due bambini, soprattutto verso il maschio, sono veri e propri meccanismi di difesa, dettati da una comprensibile invidia verso quella straripante vitalità del fratellino che colmerà il vuoto negli affetti della madre. La novità più piacevole a livello cinematografico è proprio la sproporzione tra intenzioni – girare un horror su una casa infestata – e risultato, quella sghemba radiografia, solo offuscata dal pegno della consequenzialità, del disagio che si crea tra un individuo malato e uno sano. C’entra poco la negromanzia del vecchio professore che decenni prima ha riempito le intercapedini dell’abitazione di cadaveri privi di palpebre, e ancor meno adeguati appaiono gli usurati codici del racconto gotico. Così il reverendo Popescu, prima cacciato perché a contatto con un mondo che la madre di Matt non vuole accettare e poi ricercato perché il solo a poter fronteggiare la situazione, si rivelerà inutile anche al mero livello della soluzione del mistero. È Matt a dover affrontare i fantasmi esterni esorcizzando automaticamente anche i propri, riuscendo inaspettatamente a raggiungere la sanità e dunque una vita che lo accecherà di nuovo.

Marco Chiani

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