Il Grande (e ormai stantìo) Sogno

Pubblicato sotto "News" il 10 settembre 2009
Studenti in autogestione nel '68: e a noi a guardare "Come te nessuno mai" di G. Muccino

Studenti in autogestione nel '68: e a noi a guardare "Come te nessuno mai" di G. Muccino

Non voglio raccontarvi della divertente conferenza stampa di Il Grande Sogno che ieri ha visto protagonisti Michele Placido e una giornalista spagnola. Non voglio neanche raccontarvi del film perchè non ho ancora avuto il piacere di gustarmelo. Ma voglio raccontarvi le riflessioni e i dubbi che muovono giovani studiosi e amateur di cinema – proprio come me – nei confronti delle innumerevoli pellicole sul ‘68.

Noi che nel ‘68 non eravamo neanche nei lontani pensieri dei nostri genitori, i quali a malapena raggiungevano i 10-12 anni e forse stavano ancora giocando con bambole di pezza e soldatini. Noi che viviamo nell’incubo e nell’ombra di coloro che hanno occupato scuole, che hanno alzato la voce e che, quando quella buona volta protestiamo, ci fanno sentire delle insignificanti merde.

Voi cosa capite della rivoluzione e della lotta studentesca? Mica avete fatto il ‘68?

Ed ecco sopraggiungere ansia e angoscia perchè veniamo ritenuti ignoranti e disimpegnati. Delle nullità cerebrolese perchè non abbiamo respirato l’aria sana di rivolta di quegli anni. Così – per ripagare a questa sorta di peccato originale – cerchiamo di documentarci come meglio possiamo attraverso le testimonianze di chi quel ‘68 l’ha vissuto. Soprattutto attraverso i film.

E comincia la lista dei film imperdibili, quelli che sin da quando sei al liceo – accanto a quel cult di Come te nessuno mai di Gabriele Muccino (!) – diventano visioni obbligatorie durante le autogestioni. Cerchi di farti un’idea – almeno vaga, perchè con il programma di storia della quinta liceo non arrivi neanche alla Seconda Guerra Mondiale – su quello che i tuoi zii più grandi (i fratelli molto maggiori di mamma e papà) e quei registi hanno vissuto sulla loro pelle. Niente. Il massimo che riesci a ricavare da quelle lunghe pellicole nostalgiche è un senso di sconfrorto personale. Vedi giovani studenti – dai volti già segnati dalla vita – che sanno cavarsela meglio di te che, a diciotto anni, il massimo che riuscivi a fare era insultare la prof. di ginnastica (con tutto il rispetto per la categoria, sia ben chiaro).

Così arriva l’università, scegli una facoltà che ti porta a studiare cinema e ti imbatti nuovamente – volente o nolente – in quelle stesse pellicole. Le guardi, le analizzi, le ammiri, le appunti. E per la prima volta cominci a riflettere in modo più disincantato: ha ancora senso nel 2009 – a 41 anni di distanza da quei periodi di rivoluzione – raccontare il ‘68? Capisco che molti registi – o attori prestati alla regia – arrivano ad una certa età e cercano di rimettere insieme i pezzi della loro meglio gioventù attraverso i loro film, ma ha ancora senso aggrapparsi a quel grande sogno?

Non so, correggetemi se sbaglio, ma non avete mai l’impressione che molti registi sentano come tappa obbligata nella loro carriera un film su quel periodo? Che si sentano quasi obbligati a dare un tributo, una loro visione, un loro parere, un loro punto di vista su quegli anni di fuoco? Il problema è che molto spesso quello che hanno da dire è stato già detto, quello che vogliono mostrare è già stato mostrato. Che ce ne frega della tua autobiografia su quel periodo?

E poi non so. Ho sempre la dannata impressione che in tutti questi film i registi – proprio come i reduci del ‘68 che spaventano tanto la mia generazione e quella prima – si sentano in dovere di dire: “Zitti tutti, è il mio turno. E quello che ho da dire è meglio di quanto sia già stato detto!”. E se da una parte pensi che sia la senilità a fare pian piano il suo corso, dall’altra ti rendi conto che a muovere questi animi sia la semplice voglia di non abbandonare la loro giovinezza.

E così mi rivolgo a chi quegli anni li ha vissuti, li ha metabolizzati: ha ancora senso raccontare questo Grande Sogno?O meglio, pensate davvero che tutte queste pellicole (molto personali e autobiografiche, tra l’altro) siano in grado di raccontarci – a noi, generazione lontana – in modo sincero quello che è stato il ‘68?

Fabrizia Malgieri

7 Commenti a “Il Grande (e ormai stantìo) Sogno”

  1. Bruno scrive:

    Il Grande Sogno è un bel film.

    La fotografia è bella e curata, ma allo stesso tempo realistica come poche volte capita nei film che devono necessariamente ricostruire il passato. I dialoghi, le espressioni, sono anch’esse realistiche; nulla di sofisticato per spiegare questo misterioso Sessantotto, ma una storia di vita vissuta, condivisa o condivisibile.
    Una trama semplice quanto avvincente per spiegare un periodo attraverso uno spaccato di vite private.

    Tre ragazzi interpretati da tre attori lodabili per il miglioramento netto che hanno fatto negli ultimi anni.
    La Trinca forse meno degli altri, perché già aveva partecipato ad una pellicola impegnativa come ‘La Meglio Gioventù’ con ottimi risultati, ma l’Argentero ex-Gieffino e lo Scamarcio ex-3mSC hanno fatto passi da gigante per arrivare definitivamente ad un risultato degno di ogni attore che si può definire tale.
    si
    Il Sessantotto di Placido non è quello di Muccino per il semplice fatto che Muccino nasce nel 1967. A 1 anno non possono vivere le occupazioni, il fermento politico, la liberazione sessuale. Placido nel ‘68 ha 22 anni.
    Lui ha vissuto quei luoghi e quegli avvenimenti che racconta. Ed è un ricordo che se sai fare cinema diventa realtà, non nostalgia.

    E’ per questo che un film del genere non mi sento di poterlo accomunare a ‘Come te nessuno mai’, molto più leggero nell’espressione e nei contenuti, che racconta meglio l’adolescenza che altro.

    Penso che Placido possa dire a Muccino: “Te cosa ne capisci della rivoluzione e della lotta studentesca? Mica hai fatto il ‘68!”

    Placido ha fatto bene ad aggiungere il suo punto di vista, prima di tutto perché in questo momento serve, poi perché il film è bello, e ancora perché sul ‘68 non ci sarà mai abbastanza di detto. Quindi concedetevi questo film che vi fa riflettere e per un’ora e mezza mettetevi nei panni di un universitario sessantottino. Poi mi dite se ne valeva la pena.

  2. Fabrizia Malgieri scrive:

    No, no. Infatti io non ho accumunato i due film, probabilmente è stato frainteso il mio discorso. La domanda che ho fatto è stata ben diversa, che non aveva nulla a che vedere con il film in questione: ho chiesto se vale ancora la pena fare film sul ‘68 oggi e se quelli che girano questi film sono in grado di comunicarci quello che è stato quel periodo. Non ho parlato nello specifico di Il Grande Sogno, ma è stata una semplice riflessione (alla luce della sua uscita) sul sessantotto, che noi poco più che ventenni viviamo come una sorta di babau perchè non l’abbiamo vissuto direttamente, e su come coloro che l’hanno vissuto sono in grado di farcelo percepire.

  3. Fabrizia Malgieri scrive:

    PS: Ovviamente la frase su “Come te nessuno mai” era una battuta. Era per dire: “Voi avete fatto il Sessantotto e noi, invece, veniamo raccontati attraverso film abbastanza mediocri come quello di Muccino”. Era proprio un confronto generazionale.

  4. Bruno scrive:

    Per carità, il mio commento era forse troppo a sé stante..

    Ho letto il tuo spunto, e avevo capito che ‘Come te nessuno mai’ non voleva essere accomunato al Grande Sogno, confermando come quel ‘cult’ fosse niente rispetto ad un vero film di natura politica..

    Semplicemente a me, ventenne, il Sessantotto raccontato da Placido è piaciuto più di un adolescenziale Muccino o di un Bertolucci che tenta di rappresentare la rivoluzione sessuale con un triangolo ai limiti delle esperienze comuni..

    Avendo visto l’altroieri il film, ero fresco fresco di memoria per dire che il racconto del Sessantotto funziona eccome, e che ho percepito un momento storico lontano ma comprensibile [e tra l’altro invidiabile).

    Mi scuso se hai recepito il mio commento come critica, quale assolutamente non era!

  5. Fabrizia Malgieri scrive:

    No, figurati!Avevo perfettamente capito che non si trattava di una critica (e anche se lo fosse stata, era un bel modo di confrontarsi con un mio dubbio). Sono contenta che tu – ventenne come me, che hai anche visto il film di Placido – possa confermare il fatto che il ritratto che un film come Il Grande Sogno dà del sessantotto offra un modo per farci riflettere su un periodo che noi – per questioni anagrafiche – non abbiamo vissuto.

    Ma allo stesso modo ti chiedo – proprio perchè siamo coetanei – secondo te, cosa riusciamo a tirare fuori da questi film? Io personalmente ho ricevuto più spunti di riflessione sul periodo da La meglio gioventù di Giordana rispetto a “The dreamers”, giusto per citare due esempi. Il film di Placido non l’ho ancora visto (e mi rifaccio a breve)..però non c’è sempre la paura dietro l’angolo che questi registi, proprio perchè hanno vissuto il sessantotto in prima persona, non riescano a offrire un quadro obiettivo? O almeno non ne siano ancora pronti? Tu cosa pensi?

  6. Bruno scrive:

    La meglio gioventù supera di gran lunga, sempre come giudizio personale, anche il grande sogno.. e d’altronde copre egregiamente un periodo ancora più vasto dell’Italia che non abbiamo vissuto, oltre al Sessantotto..

    Comunque sia, credo appunto che tali film possano darci un’idea e tanti spunti di riflessione su cosa sia accaduto. E credo anche sia giusto così; d’altronde un regista deve metterci del suo. In questo caso l’esperienza personale ha reso il film molto realistico nelle dinamiche, poco oggettivo nella politica.

    Ma va bene così, basta saperlo interpretare. Così come nel leggere un giornale, bisogna sapere bisogna essere attenti e interpretare le notizie il più delle volte lontane dalla realtà, l’occhio critico dello spettatore è un fattore fondamentale.

    In conclusione, che ognuno di loro dia un proprio giudizio non mi preoccupa. Anzi, visto che non si può mai avere la sicurezza su cosa si può dire Oggettivo e cosa no, preferisco avere una gamma, come è, di film sul Sessantotto, e trarre le mie conclusioni.. dopodiché ci sono i libri di storia.

    Diciamo che apprezzo sempre, nella letteratura e nel cinema, il punto di vista del narratore.
    Finché esistono altri punti di vista, finché c’è libertà di opinione da tutte le parti, ben venga la narrazione soggettiva.

    PS. Non è il Sessantotto di cui si parla, ma il Cosmonauta prende in considerazione il periodo della conquista dello spazio tra America e Russia. La regista è una 34enne, se non sbaglio, che non ha vissuto quel periodo, ma si è solo documentata attraverso carte e racconti. Bene, il film è comunque un film riuscito, leggero nel suo genere, e anche se non è vissuto in prima persona, assume dei connotati soggettivi abbastanza espliciti. Come la mettiamo? :D

  7. Fabrizia Malgieri scrive:

    E’ proprio questo il punto: l’esempio che hai fatto di Il Cosmonauta è calzante. La regista non ha vissuto in prima persona quel periodo perchè all’epoca dei fatti non era neanche nata, quindi sulla questione in sè si è documentata, ha utilizzato “carte e racconti” che in teoria le hanno dato un punto di vista oggettivo sui fatti. Che poi lei abbia dato una sua personale interpretazione (come è giusto che sia in un film), è un altro paio di maniche. Ma io infatti non discuto questo aspetto. Però la regista di Il Cosmonauta ha comunque potuto usufruire di una distanza oggettiva dettata dall’età.

    In un film come Il Grande Sogno (o tanti altri che narrano il sessantotto) hanno proprio questo problema: vengono girati da persone che non hanno una visione lucida e oggettiva di quel periodo perchè l’hanno vissuto sulla pelle e lo fanno sentire. Se mi dessero uno sguardo d’insieme sul periodo e poi una loro interpretazione dei fatti (come, ripeto, avviene in tutti i film), non avrei nulla da obiettare. Il punto è che quello che emerge è solo ed esclusivamente un’autobiografia di quel periodo.

    E’ vero, il passo tra il mio e il tuo discorso è davvero breve. Non so se sono stata chiara in quello che intendevo dire.

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