Il cinema? Cultura di serie B
Pubblicato sotto "News" il 14 settembre 2009
Un vittorioso Brunetta sul Canal Grande
Non è bastato il fendente inflitto a luglio sull’argomento FUS e su quello che sarà il futuro della nostra produzione cinematografica. Paganini non ripete? Probabilmente non è un detto masticato dal nostro Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, Renato Brunetta. Dopo le provocazioni lanciate a Venezia – e le calde risposte tramite querela di un già irrequieto Michele Placido – il mondo del cinema torna a protestare nei confronti dei tagli previsti per il settore.
Durante la sua trasmissione Il Brunetta della Domenica – in onda su RTL 102.5 – il Ministro ha commentato: “Lo Stato deve finanziare la cultura ma mescolare cultura e spettacolo è un imbroglio. Dunque i film si facciano senza finanziamenti”.
Ritorniamo dunque – ancora una volta – sulla questione che il cinema sia considerato cultura di serie B. Un imbroglio. Il problema – a nostro avviso – è che il cinema sia stato ridotto a spettacolo perchè manca innovazione, manca grinta, mancano i giovani. Quelli veri. Perchè - se è vero che l’età media italiana si è alzata - è anche vero che oggi si continuano a ritenere giovani quei registi alle soglie dei quarant’anni. Dando un’occhiata all’età media dei registi giovani di altri Paesi, ci rendiamo conto che i nostri sono poco più che matusalemme.
Nel nostro cinema manca quella voglia di sperimentare, di incazzarsi, di gridare. Quell’incoscienza che è proprio tipica dei giovani e che porta ad essere meno cauti sul set. E’ per questo che il nostro cinema si sta riducendo ad una branchia “semi-colta” dello spettacolo e i finanziamenti vengono così ridotti all’osso. Finchè il nostro cinema si muoverà in questa direzione, abbiamo ben poche speranze che si abbia fiducia nelle nostre qualità.
Tuttavia c’è anche da dire che questa discesa negli Inferi rischia di ridurre ulteriormente le possibilità per quei registi di primo pelo di entrare in questa sorta di Torre d’avorio chiamata Cinema Italiano. Rimaniamo sospesi in questo limbo, nella speranza che qualcuno alzi la testa e faccia sentire la propria voce.
Attendiamo vittime e carnefici al patibolo. E al tempo stesso – alla luce di quanto detto – vi chiediamo: cosa, a vostro parere, manca al nostro cinema? Il discorso avanzato da Brunetta ritrae la realtà della nostra filmografia o è solo mancanza di fiducia? Noi abbiamo cercato di dare qualche risposta, ma è solo un inizio.
Fabrizia Malgieri
“Cosa, a vostro parere, manca al nostro cinema?”
Manca prima di tutto un’efficiente sistema di distribuzione che sappia diffondere e divulgare ciò che viene prodotto. Se si dà uno sguardo alla lista dei film finanziati dallo Stato, è tristissimo notare che una grossa percentuale non ha avuto neanche la possibilità di giungere in sala. E’ proprio da qui che il signor Brunetta dovrebbe partire per un’analisi del fenomeno, visto che riduce il tutto ad una polemica sul fatto che i film con i finanziamenti statali raggiungono incassi bassissimi (sappiamo bene che un discorso prettamente culturale a questo governo di certo non interessa). Sarebbe il caso di interventire in maniera legislativa sul problema della distribuzione cinematografica (a dire il vero sarebbe il caso di allargare il discorso anche sul piano editoriale, dove i tre grandi gruppi Rizzoli-Mondadori-Einaudi(che in realtà è gruppo Mondadori…) cercando di razionalizzare un po’ tutto il sistema. Su questo dovremmo imparare dai francesi, che sono in grado di dar tutto un altro peso alla propria industria culturale, e cinematografica in particolare. In una metropoli come Parigi esistono ancora le vecchie e polverose monosala, dove accanto all’opera prima di un esordiente è possibile anche trovare che ne sò, L’Atalante di Vigo! Mentre nella mia città, Napoli, sono rimaste soltanto una decina di sale cinematografiche, con il pubblico in continuo esilio verso i multiplex in provincia, spesso di proprietà di grandi gruppi come Warner o Medusa e che di certo non “ingombreranno” la propia sala di proiezione con una pellicola di un esoridiente.
Insomma, a mancare non sono i giovani, ma le possibilità offerte ad essi.
Questo è ciò che manca secondo me a livello legislativo. Se dovessimo parlare di ciò che manca sul piano prettamente culturale, una pagina intera non credo che basterebbe. Ciò di cui sono però certo, è che alla base, ciò che manca – come diceva Gianni Canova nel Crossroad del 13 luglio – è un’educazione all’immagine. Riprendendo le parole di Canova siamo circondati da “analfabeti visuali, Cioè da persone prive dei saperi minimi necessari a decodificare, interpretare e rielaborare i linguaggi audiovisivi.”.
Giusto, giustissimo. E incredibilmente vero.
Pienamente d’accordo con quanto hai detto, Giovanni. Purtroppo in Italia dobbiamo confrontarci ogni giorno con un problema a mio parere molto grave: il Dio Denaro. Ti faccio un esempio per supportare la tesi che hai lucidamente espresso nel tuo commento: un paio di anni fa mi è capitato di imbattermi a Venezia – durante la Mostra di quell’anno – nel film di Gianni Zanasi (ahimè diventata una serie tv) “Non pensarci”. Ti dirò, arrivavo da un anno veneziano molto denso di “contenuti alti” e quando vidi nella sezione “Orizzonti” quel film, ci andai un po’ per caso, a cuor leggero. “Supportiamo il nostro giovane cinema!”, mi dissi. La sala era gremita soprattutto di giovani studenti come me che arrivavano da lunghe sedute impegnate.
Sono state le due ore più divertenti e coinvolgenti di quella Venezia. Un film ricco di spirito, che respirava in modo giovane, fresco. Non in modo demenziale, come siamo solitamente abituati, ma in modo intelligente e sagace. Bene, divenne un caso. Il pubblico ne parlava, parlava, parlava. Lo sai che era stato presentato a Venezia perchè nessuno era intenzionato a distribuirlo? Alla fine una casa svizzera ha deciso di toglierlo dalla polvere e distribuirlo, ma come al solito è passato tutto sotto silenzio. Non mi capacitavo del perchè, sinceramente. Non mi sembrava un film che parlasse di massimi sistemi. Poi mi sono data la spiegazione: perchè Zanasi, oltre i circuiti dei Festival, era conosciuto poco o niente. E sai perchè? Perchè nessuna casa di distribuzione – nel momento in cui bisogna mettere mano al portafoglio – è disposto a investire su un chicchessia. Investiamo sui figli d’arte, investiamo sul già rodato, investiamo sulle solite storie che piacciono tanto all’Italietta media. E qui non si tratta di fare discorsi “classisti”, ma semplicemente sto prendendo atto della realtà che ci circonda: tutti pensano che il pubblico cinematografico, televisivo sia una sorta di popolo lobotomizzato che, messo davanti a un film, acconsente e basta. Invece no. La gente è abbastanza stufa (e non parlo solo di “privilegiati” che accedono a quel cinema fuori dai canoni commerciali perchè sono appassionati o studiosi)e vuole respirare novità. Ma “novità” vuol dire “rischio”, “rischio” è sinonimo di “fallimento”, eccetera, eccetera, eccetera.
E’ vero, siamo degli analfabeti visuali, ma mi dissocerei dall’idea che lo siamo diventati per nostra volontà. Penso che le responsabilità siano di ben altre persone.
L’esempio di Non Pensarci (una vera boccata d’aria fresca!), direi che è perfetto per quanto dicevamo. Concordo su tutta la linea.
Non mi sento di condividere pienamente invece l’ultima frase. Le responsabilità sono condivise a mio avviso, soprattutto all’interno dell’era di Internet, dove emanciparsi dalla cultura imposta dalla televisione o dall’insufficienza culturale del sitema scolastico, è un dovere che l’individuo deve tenacemente perseguire.
infatti alla fine Non Pensarci ha fatto degli incassi dignitosi. secondo me il problema è effettivamente legislativo. da solo il distributore può sì fare delle scelte coraggiose, però non sempre si ha fortuna. si dovrebbe creare quel circolo virtuoso di cui parla Giovanni: un sistema legislativo che favorisca il piccolo, e dia visibilità anche a film cosiddetti “di nicchia”. è l’unico modo, forse, per favorire questa alfabetizzazione. mi è capitato di partecipare a festival o cinema all’aperto, d’estate, che proiettavano anche piccoli film dai piccoli incassi. nel piattume della programmazione estiva, molte persone, per passatempo, “ripiegavano” su questi film, e facevano piacevoli scoperte. sarò forse troppo ottimista, ma come dimostrano anche alcuni degli “Stand by me”, un interesse o una passione nascono per caso. e se noi gli dessimo una mano? il sistema delle quote, che da molti è visto come contrario al libero mercato, potrebbe essere in realtà proprio una correzione del mercato stesso, che adesso come adesso è praticamente un oligopolio. c’è una nicchia di consumatori, che potrebbe man mano farsi più consistente, che non è adeguatamente raggiunta. nel caso del settore musicale, la crescente facilità e lo snellimento dei processi produttivi permette di raggiungere nicchie anche piccolissime di pubblico, ma per quanto riguarda il cinema, ci sono dei costi che rimangono sempre troppo rilevanti, un sistema produttivo decisamente più ingombrante. Ci si dovrebbe sinceramente rimboccare la maniche, ma non mi aspetto che a farlo sia un ministro che, di fronte al fatto che “le donne fanno la spesa nelle ore di lavoro” ha pensato non di rendere più “friendly” e flessibile il lavoro per le donne stesse, ma di innalzare l’età pensionabile. Sembra esserci, da parte dello Stato, più una volontà punitiva che non propositiva.
Invito alla lettura di questo articolo dei Cahiers di Cinema (in italiano), sul quale mi sono imbattuto stamane, e che affronta lo stesso problema sul quale stiamo discutendo:
http://www.cahiersducinema.com/article1192.html
Del problema ne stiamo discutendo anche su Lankelot: http://www.lankelot.eu/index.php/2009/09/16/lettera-aperta-all-on-le-ministro-renato-brunetta/