[ Harry Potter e il Principe Mezzosangue ]
La storia – Con il passare degli anni per Harry Potter aumentano nemici e pericoli. In più, tra una lezione e un incantesimo, si trova a fronteggiare anche le prime vere esperienze sentimentali…
Negli altri invidiamo ciò di cui siamo privi e io invidio alla coppia Kloves/Rowling la capacità di sintesi. Hanno sfrondato il romanzo, ma non ne hanno toccato il senso: ogni individuo si riflette nelle proprie azioni, scegliendo tra ciò che è facile (ma spesso ingiusto) e ciò che è giusto (ma difficile). In mezzo c’è la vita di tutti i giorni, piena di potenzialità per i più giovani, di rimorsi e rimpianti per i vecchi. E di ricordi custoditi o rimossi. Le fiale che Silente conserva nel suo studio sono la chiave grazie alla quale si accede al passato per spiegare il presente e modificare il futuro. Con la testa immersa nell’acqua del Pensatoio, Harry prima ha scoperto che suo padre non era quel monumento di simpatia che tutti gli avevano venduto, ora ricostruisce brandelli della vita di Tom Riddle (peraltro molto ridotti rispetto al romanzo). Morti i suoi mentori, in quello stesso bacile vedrà che oltre a lui c’era un altro “uomo di Silente” e che esistono molti modi per essere (o non essere) codardo. Sebbene sia scorretto fare dei paragoni tra un libro e il suo adattamento cinematografico, quello di Harry Potter è un caso speciale, sia per la presenza della sua autrice come sceneggiatrice sia perché gli spettatori si sovrappongono in larga parte ai lettori. L’impressione è che gli ultimi due capitoli siano stati smontati e rimontati nella consapevolezza che al cinema si potesse ottenere il medesimo risultato solo sovvertendo radicalmente l’ordine e la grandezza dei fattori. Non a caso il testo filmico eccede di un’unità rispetto a quello letterario: prima o poi bisognerà rivelare cosa si nasconde nel passato di Silente, Riddle o Piton, ma i tempi delle immagini in movimento non sono quelli delle parole scritte. Come in Harry Potter e l’ordine della Fenice Yates si dimostra un regista adatto all’impresa di bilanciare dramma e commedia, effetti speciali digitali e scene madri “in carne e ossa” (a volte minimali come quelle di Gambon, Rickman e Smith, spesso limitate a uno scambio di occhiate, altre molto fiorite come quelle di Broadbent), che probabilmente hanno un peso maggiore dei primi. A dispetto delle apparenze, infatti, le felici scelte di casting costituiscono un 80% del buon risultato finale (alcuni personaggi come Luna o Neville sono particolarmente ben riusciti, per non parlare di Draco, più funzionale alla storia dello stesso protagonista), e questo è un aspetto generalmente trascurato. Perché non è vero che la magia (quella degli incantesimi e quella del cinema) risolve ogni cosa: se non la si sa usare con criterio e non se ne considera il lato umano, si producono solo danni.
Anna Antonini
