Dedicato a chi si interroga su che storie raccontare
Pubblicato sotto "Crossroad" il 10 settembre 2009
Quello che avete tra le mani è un numero di duellanti molto speciale.Unico, verrebbe da dire.
Alcuni magistrati impegnati in prima linea nella lotta contro la mafia e la malavita organizzata (Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia di Palermo, Raffaele Marino di Torre Annunziata) intervengono su una rivista di cinema per aprire una riflessione sul tipo di rappresentazione che il cinema italiano e più in generale la nostra industria culturale stanno dando della mafia, della camorra e delle loro nefande attività. Che io sappia non era mai successo prima: ed è bello e giusto che accada ora, in un momento di sbandamento del nostro cinema, ma anche di ricerca e di riflessione. Siamo sicuri, si chiedono i magistrati, che quello adottato fino ad ora sia il modo più giusto di raccontare la mafia? Perché solo certe storie vengono raccontate e altre – quelle più oscene – restano costantemente al di fuori dell’interesse di registi, romanzieri e sceneggiatori?
Non è una lettera aperta al cinema italiano, quella dei magistrati. È una riflessione accorata – che interviene non solo sul cosa ma anche sul come – affinché ci si metta insieme – almeno fra coloro che ancora hanno a cuore le sorti di un paese che si sta a poco a poco perdendo – per provare a immaginare di raccontare storie diverse. O, anche, un altro modo di raccontare le storie. E’ un invito a incrociare punti di vista, percorsi, esperienze, conoscenze. A scambiarsele. Quello che pubblichiamo in questo numero è il punto di vista di chi rischia in prima persona perché l’osceno –che non è quello di Berlusconi e delle sue escort – cessi di restare fuori scena. Ci auguriamo che il cinema italiano – ma anche la fiction prodotta dalle nostre Tv – sappiano ascoltare, riflettere e rispondere. Duellanti si offre come ponte, come terra di mezzo, come possibile cerniera. E lo fa, non a caso, nel numero che sarà distribuito in contemporanea con la Mostra del Cinema di Venezia.
40 anni fa, a Venezia, Federico Fellini portava il suo Satyricon. Ritraeva brueghelianamente la decadenza di un mondo: quello dell’Impero romano, ma non solo. Perché oggi in Italia non si fanno più film così? Perché nessuno li pensa, li gira, li produce? Allora ci fu chi liquidò il Satyricon come “ciarpame” e “guazzabuglio”, ma anche chi – come Mario Verdone, recentemente scomparso, padre di Carlo – vide in esso “un rogo per ricominciare”. Andiamo a Venezia con l’auspicio che il nostro cinema – così fragile, così diviso, cos’ stremato dai tagli dei fondi pubblici e da un congenita debolezza, ma anche così sorprendentemente capace di scatti d’orgoglio e di guizzi di immaginazione – ritrovi la forza di rialzare gli occhi, di guardarsi attorno e di ricominciare a raccontare i nostri incubi e i nostri sogni. Magari accendendo qua e là qualche piccolo, simbolico rogo.
Gianni Canova